Storie di maledizioni spezzate.. o quasi!

Il valore emotivo di una vittoria sportiva non è sempre direttamente proporzionale alla qualità tecnica della prestazione o all’importanza del palcoscenico in cui è ottenuta; spesso e volentieri è più grande quando chi trionfa non gode dei favori del pronostico. Ad aumentare questo aspetto difficilmente calcolabile sono, a mio avviso, due fattori diametralmente opposti: imprevedibilità e attesa.

Rimanendo in ambito calcistico un chiarissimo esempio del primo dei due fattori appena elencati è la vittoria del campionato inglese 2015/2016, la Premier League, da parte del Leicester City. La squadra allenata da Claudio Ranieri era alla seconda stagione in massima serie dopo un decennio di assenza ed è riuscita clamorosamente a sovvertire i pronostici che a inizio anno la vedevano fra le più serie candidate alla retrocessione. Il clamore suscitato da questo storico trionfo è stato ovviamente molto più elevato rispetto ai soliti titoli collezionati dalle squadre di Manchester o del Chelsea e i festeggiamenti deliranti dei tifosi delle “Foxes” hanno raggiunto i quattro angoli del pianeta.

All’estremo opposto troviamo l’attesa, la quale aumenta man mano che una squadra teoricamente attrezzata per raggiungere un certo traguardo è costretta a rimandare l’appuntamento con la gloria. L’esempio più d’attualità riguarda l’ormai atavica difficoltà di una squadra come la Juventus, vera e propria dominatrice all’interno dei nostri confini, a trionfare in campo europeo: contro il Real Madrid è arrivata l’ennesima sconfitta in finale, la seconda in tre anni. C’è però chi sta peggio: il Benfica di Lisbona, una delle due più importanti squadre portoghesi, è vittima della famosa maledizione di Bèla Guttman. La leggenda narra che l’allenatore ungherese, dopo aver portato la squadra della capitale alla vittoria di due Coppe dei Campioni consecutive nel 1961 e nel 1962, si vide negare un riconoscimento economico e se ne andò assicurando che il Benfica non avrebbe più vinto una coppa internazionale per almeno un secolo. Il resto è storia di una vera e propria psicosi: 8 finali europee (5 nella vecchia Coppa Campioni, 3 fra Coppa Uefa ed Europa League) 8 sconfitte, l’ultima delle quali avvenuta nel 2014 in Europa League a Torino contro il Siviglia dopo aver eliminato proprio la Juventus, negandole una più che prevedibile finale casalinga.

Cosa succederà quando queste due squadre romperanno le loro serie negative? Cosa proveranno i loro tifosi? Per ipotizzarlo ritengo sia molto utile spostarsi in Scozia, in un movimento calcistico fra i primi ad essersi sviluppato, ma ormai, per questioni economiche, relegato alla periferia del calcio europeo. Nel maggio del 2016 una squadra di cui sono innamorato, l’Hibernian Football Club di Edimburgo, ha rotto una serie negativa che fa impallidire quelle di Benfica e Juventus: battendo gli acerrimi rivali dei Rangers Glasgow con un gol all’ultimo minuto di recupero ha posto fine a un digiuno di ben 114 anni in Coppa di Scozia. Prima di quello storico 21 maggio per ben 10 volte l’Hibernian è stato sconfitto in finale, inclusa una vera e propria umiliazione nel 2012 per mano dei concittadini Hearts of Midlothian. Nei giorni successivi al trionfo, a cui purtroppo ho potuto assistere solo via streaming, ho spulciato forum e pagine Facebook e ho raccolto gli scritti più emozionanti ed emozionati condivisi dai tifosi biancoverdi. Di seguito i più significativi:

  • Il vecchio signore di fronte a me ha sorriso e ha detto: “ho vissuto abbastanza”.
  • Dopo essere stato a Leith (quartiere portuale di Edimburgo) per bere qualche birra sono tornato a casa, ho guardato gli highlights e sì, posso confermarlo, ­l’Hibernian ha vinto la Coppa di Scozia. I nostri ragazzi sono magnifici: hanno trovato il Sacro Graal, hanno riportato la Coppa a casa! La nostra squadra ha cancellato la maledizione, ha fatto la storia dell’Hibernian: non dovrebbero mai più pagare per bere una pinta di birra in città.
  • Ho vissuto giorni più felici che significano molto di più per me: scontato ma vero, il matrimonio e la nascita dei miei figli. Però non ho mai vissuto un momento di euforia e catarsi più pure di quando l’arbitro ha fischiato tre volte. Mi sono ritrovato con le braccia alzate verso il paradiso e ho provato questa sensazione fisica di anni e anni di ansia e tensione che uscivano dal mio corpo, ho sentito come un soffio che dalla pancia ha attraversato le braccia ed è uscito dalla punta delle dita. La cosa successiva che mi ricordo è di piangere in ginocchio sul campo.
  • Al triplice fischio c’era una donna sulla settantina, in piedi in mezzo al caos: una singola lacrima le è scesa molto lentamente sulla guancia.
  • Guadagniamo l’angolo e comincio a stropicciarmi le mani. Guardo in basso verso il vecchio Dave, seduto con la testa fra le mani, come se non potesse guardare. “Hey Dave è il momento! È il momento! GUARDA!!”. “Stai zitto! Non ce la faccio a guardare!”. “GUARDA!”. Lo fa e BOOM! Gol di Gray!!! Dave ora fa salti di due metri, ma mi guarda dritto negli occhi con due occhi così pieni di estasi da non poter essere descritti. Magico. Mi giro verso altri amici per abbracciarli e vedo il padre di Gary che si lancia a destra e sinistra come un pazzo, praticamente stava facendo crowd surfing. Questi ragazzi sono il non plus ultra, wow!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *