“20 secondi di felicità”: la vita dei Base Jumper

Più che un film questo è un documentario sulla vita di Karina Hollekim, una base jumper che racconta la sua esperienza e che cerca di far capire quanto è importante per lei andare sempre oltre i propri limiti, vivendo di adrenalina e paura.

Certamente non ha avuto una vita facile, tra un incidente in macchina a 4 anni che ha causato un lesione cerebrale alla mamma cambiando per sempre la vita di tutta la famiglia, e un padre molto autoritario.

Ma tutto questo non l’ha abbattuta, anzi ha trovato la forza per continuare a vivere appieno la propria vita, a volte anche un po’ troppo dato che tende a vedere la quotidianità come una noia e una “non vita”, mentre la felicità la riesce a provare solamente saltando dalle montagne nel vuoto.

Karina è una delle poche al mondo che si lancia dalle montagne con la tuta alare, è sempre stata convinta di voler fare questo nella vita e ciò l’ha portata a viaggiare in tutto il mondo passando solo 2 mesi l’anno a casa, dove ci sono le sue amiche e la sua famiglia.

Questo film/documentario è molto interessante per diversi motivi, non solo fa vedere la vita di una sportiva ad alti livelli ma permette di conoscere anche uno degli sport estremi che sta suscitando sempre più interesse.

Ma oltre alla sua vita, nel film viene mostrato anche l’aspetto psicologico di chi fa il base jumping. Questi atleti estremi si caratterizzano per essere “sensation seekers”,  ovvero cercatori di emozioni, coloro che  sentono il bisogno di fare esperienze particolarmente intense per provare un senso di appagamento.
Innanzitutto per fare il base jumping è necessario un forte controllo di se stessi, della situazione e soprattutto della paura che è per Karina la spinta motivazionale principale.

La paura non è necessariamente negativa, anzi è una risposta adattiva per la sopravvivenza dell’individuo. A maggior ragione, per Karina la paura è positiva,  poiché il suo superamento, attraverso il lancio, la porta a provare un senso di felicità. La paura diviene quindi uno stimolo enorme, si trasforma in energia pura, diventa una sfida da vincere, un qualcosa su cui avere il controllo e dominarla: una cosa che il sensation seeker non fa è far vincere la paura.
Karina afferma che “i primi due secondi sono magia, e riesci a pensare solo: voglio farlo ancora”.

Fino a qui sembra tutto bellissimo, chiunque vorrebbe riuscire ad affrontare le proprie paure, perché “una volta che ti lanci da una montagna e provi quelle emozioni, le preoccupazioni di tutti i giorni perdono di valore”.

Però anche in questo caso ci sono dei lati negativi. Karina non riesce più a pensare alla sua vita senza il base jumping, non riesce a pensarsi a fare qualcos’altro, e questo la spinge a continuare a saltare. Inoltre la vita di un base jumper è piena di pericoli. Più salti si fanno e più ci si spinge oltre, perché fare due volte lo stesso salto diventa noioso e si cerca sempre di più il pericolo correndo un maggior rischio di farsi male, o peggio di morire. Perché “se non si supera il limite non ne vale la pena”… con questa mentalità, la durata media di attività del base jumper è di 6 anni d: o ti spaventi e smetti, o ti infortuni, o muori! E così, se si decide di continuare, si vedono amici morire, ci si spaventa, e c si chiede se ne vale veramente la pena… d’altronde è la morte che rende questi sport “estremi”….

Dopo questa descrizione del base jumper e dei pro e contro degli sport estremi, oltre a consigliarvi la visione di questo film/documentario, vorremmo lasciarvi con una domanda: vale veramente la pena lanciarsi da una montagna per ottenere 20 secondi di felicità? 

 

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