Allena-menti. Il ruolo decisivo dell’allenatore

©Daniele Badolato - LaPresse 02/08/2009 Roma Fina 13¡ Campionati del mondo di nuoto - Conferenza Stampa FIN Nella foto Alberto Castagnetti ©Daniele Badolato - LaPresse 02/08/2009 Rome 13th Fina World Championships - FIN Press Conference In the picture Alberto Castagnetti
Alberto Castagnetti (©Daniele Badolato – LaPresse)

Sei anni fa ci lasciava Alberto Castagnetti, uno dei più grandi tecnici del nuoto. In Italia è stato il più grande di sempre.
Aveva cominciato l’avventura da ct azzurro nel 1988, era ancora a capo del movimento ventuno anni dopo. Nel suo medagliere quattro ori, due argenti e sette bronzi olimpici. E ancora: tre ori, due argenti e quattro bronzi Mondiali. Ma soprattutto da lui sono passati campioni del calibro di Gleria, poi Fioravanti, Brembilla fino a Rosolino, Marin e la Pellegrini.

In un’intervista del novembre 2007 Castagnetti si era raccontato, mostrando quali devono essere le caratteristiche di un allenatore.
Alla domanda: “chi è un allenatore?” risponde splendidamente, affermando che l’allenatore: “deve essere una persona esperta della materia, un ex atleta di medio livello, che lavora quotidianamente per cercare di perfezionarsi, poichè non è mai soddisfatto di ciò che sta facendo, che scambia pareri e opinioni con altri tecnici per crescere e valere sempre di più. Occorre essere pervasi anche dall’entusiasmo, in quanto è un lavoro abbastanza monotono, e se questo scompare gli atleti lo avvertono e si adagiano…
Inoltre bisogna possedere la capacità di comunicare oltre il piano vasca, perché è molto più importante allenare la mente che i muscoli…”
Soffermiamoci sull’ultima frase. Cosa vuol dire allenare la mente?
Tutto si gioca nel dire le cose giuste al momento giusto. “Sono i piccoli dettagli che rendono significativa un’azione. L’atleta si aspetta chiaramente una parola nei momenti difficili, ma anche quando sta bene è indispensabile stimolarli: l’atleta è allenatore-dipendente al 90%, solo alcuni vanno con le proprie gambe e in tal caso si è di fronte ad un agonista vero e ad un risultato sicuro”.

Nel mondo sportivo si celebrano (giustamente) le prestazioni degli atleti ma raramente si pone attenzione al lavoro dietro. Negli sport individuali poi l’allenatore cade spesso nel dimenticatoio.
Ma campioni non si nasce mai. Nemmeno se si è i più forti al mondo. L’attitudine veramente decisiva è la disposizione al sacrificio. “Il talento non si può allenare e da solo non porta a grandi risultati, invece la capacità di lavorare si può migliorare…Se la persona è dotata di entrambe le qualità allora si è di fronte ad un campione”.
Inoltre l’allenatore deve essere in grado di premiare quando c’è da premiare e criticare quando le prestazioni sono scarse.  Nessuno è mai veramente obiettivo con se stesso riguardo le proprie prestazioni (e questo anche al di fuori dello sport) e allora l’allenatore diventa il metro di giudizio. Sotto questo punto di vista deve essere come un padre, ma più di un padre. “L’allenatore è una figura cardine per l’atleta, ma quella del padre è distinta e più carismatica, ci deve essere una certa distanza fra le due personalità. Non va bene entrare troppo in amicizia con gli atleti, perché altrimenti i comportamenti cambiano; l’allenatore deve essere in grado di dare un input preciso, mantenere la disciplina ed essere esperto per ottenere il meglio. Occorrono solamente fiducia e rispetto reciproci affinché il binomio sia vincente.” È fondamentale per rinforzarsi dopo una vittoria e per rialzarsi dopo una sconfitta.
“L’ambiente, i compagni e l’allenatore devono sapere dare una ragione alla sconfitta e non colpevolizzare l’atleta, che dopo essersi tranquillizzato con fiducia può ripartire come un veliero con alberi gonfi di aria ed energia verso nuovi ed ambiziosi traguardi”.

Ma il ruolo da egemone nella vita di un atleta lo giocano la costanza e la convinzione che la perfezione è un ideale a cui aspirare ma in definitiva mai raggiungibile. Non esiste un atleta perfetto e non esisterà mai. Quando viene raggiunto un buon traguardo subito si presenta all’orizzonte il prossimo. La parola d’ordine è migliorarsi. Sempre!
Quando nel nuoto, nell’atletica o in altre discipline simili viene battuto un record (Pellegrini docet) immediatamente deve scattare la scintilla: la prossima volta posso fare ancora meglio. E così via, continuamente fino a quando l’età non avrà il sopravvento; e allora in quel momento ci si può fermare e guardarsi indietro e esprimere infine un giudizio su quello che è stato fatto.

In questo delicato gioco di allenamenti, record e sacrifici l’allenatore è il perno intorno al quale ruota il trionfo o la caduta. Senza un buon allenatore la Pellegrini non avrebbe mai potuto vincere 16 ori (fra Olimpiadi, mondiali ed europei in vasca corta). Senza una guida Federer non avrebbe mai vinto 17 volte un Grande Slam.

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