Ad ogni disciplina il suo tecnico, con diverse peculiarità a seconda dello sport. L’allenatore è colui che migliora le prestazioni del suo atleta in prima istanza, ma mi piace pensare che, in quanto allenatrice, il mio ruolo non sia limitato solamente a quello. Alleno una squadra di 2004/2005 da tre anni, ho instaurato con le mie atlete un rapporto di complicità e fiducia che passa attraverso diversi fattori. Il mio ruolo più ovvio ed immediato è quello tecnico, altrimenti tecnico e allenatore non sarebbero sinonimi. Questo è un compito che dipende da me, dalle mie competenze e dalla mia esperienza personale, non si tratta solo di insegnare i gesti tecnici, ma anche di preparare allenamenti e strategie in vista delle gare. Tuttavia, ho sempre pensato che le mie esperienze non potessero sempre bastare, alla base del rapporto che ho con le mie giocatrici non poteva che esserci una trasmissione, io avrei fallito nel mio ruolo di allenatrice se non fossi riuscita a trasmettere la mia passione per lo sport che alleno. Ad un primo impatto può non sembrare, ma difronte ad una squadra di dodicenni, un altro ruolo importante e delicato è quello dell’educatore, io le correggo, le aiuto, ma insegno loro anche il rispetto per l’arbitro e per l’avversario, che la palla si passa sotto la rete e non sopra perché se colpisco qualcuno gli faccio male e compio un gesto antisportivo, trasmetto quelle che sono le regole e quelli che per me, quando giocavo, sono stati i valori della pallavolo, le educo ad essere squadra, a rispettarsi e a rispettare.

Io sono perfettamente consapevole, e non è sempre motivo di vanto, di poter influire sulla loro autostima, personalità, sulla loro crescita e sviluppo. Da quando ho iniziato, ho cercato d’incarnare più di tutti il ruolo di leader, che da etimologia to lead significa condurre, portare a raggiungere un obiettivo prefissato. Ho sempre dunque voluto formare un team vincente, non nel senso più brutale di dobbiamo vincere tutte le partite, ma un team vincente perché coeso, con gli stessi obiettivi ed ideali, ancora una volta mi sentirei di aver fallito se non riuscissi ad incanalare le qualità di ognuno al servizio della squadra. In questo ruolo entrano in campo le componenti psicologiche e io, in quanto coach, ho dovuto prima conoscere me stessa, le mie capacità, i miei obiettivi per poterli poi trasmettere in maniera chiara alle mie ragazzine prima di portarle in campo. Questo aspetto psicologico richiede una buona base di empatia, che ha un peso notevole molto più di quanto appaia ad un primo sguardo. Alla base di un rapporto così c’è la comunicazione, la capacità di fare squadra non solo nel pianificare le attività, ma anche nella promozione del benessere del gruppo sportivo, nel conoscere la vita degli atleti, le loro inclinazioni, interessi personali, favorire amicizie anche fuori dal terreno di gioco. Si tratta anche di mediare i conflitti e le tensioni che possono nascere; tutto ciò implica quindi una buona capacità di valutazione e decisione, nell’ambito di una responsabilità di tutto il gruppo sportivo.

Tanto è facile dirlo, quanto è difficile essere così. È tutto facile quando la squadra vince… dal campo ti ascoltano, ti guardano mentre parli, si spronano a vicenda come tu fai con loro. L’età che seguo io è una fase delicata, le partite si vincono con la tecnica, ma soprattutto con la testa, siamo in quella fase in cui appena si entra in palestra per disputare una partita, le giocatrici guardano subito al di là della rete per vedere chi è più alto di me, chi è più muscoloso, si guarda la circonferenza del braccio avversario per immaginare quanto schiaccerà più forte di me e quindi abbiamo già perso… Si parla di emozioni dell’atleta, ma mai di quelle dell’allenatore che in queste situazioni, per quanto cerchi di star calmo e trasmettere tranquillità, vede piano piano alzarsi un muro che esemplifica i miei: ma parlo con il muro? Evidentemente, qualche volta, si. È difficile essere allenatore, non è facile improvvisarsi tali soprattutto quando si è a contatto con i più giovani, quando un coach piuttosto che un altro può apportare cambiamenti abissali.

Ogni sport necessita che si affinino qualità personali, ma ci possono essere delle differenze anche tra generi, tra il preparare ragazze o ragazzi, tra essere un’allenatrice o un allenatore. Io sono forse più attenta alle relazioni e tento di curare molto la parte comunicativa, di incoraggiare in misura maggiore perché so che loro sicuramente si rivedono più facilmente in me che non nel loro secondo allenatore che cura la parte atletica. Per quanto riguarda il fronte atlete, esse vengono sempre definite come più precise, puntuali, più serie e disciplinate, hanno allo stesso tempo una maggior emotività e questo le porta a vivere in modo più intenso l’ansia da prestazione rispetto ad una squadra maschile, sono più conflittuali all’interno del gruppo e sono più complicate. Le atlete tendono a svilupparsi di più fisicamente rispetto alle loro doti e capacità tecniche sportive, per questi motivi credo sia determinante il mio ruolo di distributrice di sicurezza e freddezza nella gestione dell’ansia. Di tutto questo però, un sunto delle caratteristiche adatte potrebbe dunque essere: l’autorevolezza, la capacità di comunicare sia in fase di vittorie, ma soprattutto in fase di sconfitte e il prendersi cura degli atleti.

Un buon rapporto tra atleta e coach è fondamentale per il raggiungimento dei successi, e può essere molto intenso ed importante per lo sviluppo globale della persona che abbiamo davanti, è per questo che credo sia un ruolo che non deve esser svolto con tanta leggerezza. Diverse volte mi sono detta di non fare in un modo, ma di fare diversamente perché quando stavo dall’altro lato c’erano cose che mi facevano soffrire e non voglio che siano oggi le mie atlete a farne ulteriori spese. Non va dimenticato che l’atleta di cui tanto si parla è prima di tutto una persona, ed è con questa che l’allenatore deve relazionarsi per far crescere il futuro atleta.

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