Allenatore di mio figlio: Giusto? Sbagliato?

[vc_row][vc_column][vc_message style=”square” message_box_color=”black” icon_fontawesome=”fa fa-question-circle-o”]“Gentile Dott.ssa Crippa, ho avuto il piacere di partecipare a un suo incontro sul tema “rapporto allenatore-giocatore/allenatore-genitori” che ho trovato molto interessante. Ho riflettuto sui temi della serata e su di me: io rivesto il ruolo di allenatore e di padre, in particolare sono l’allenatore di mio figlio! Giusto? Sbagliato? Vorrei sapere il suo parere in merito. Grazie”[/vc_message][vc_column_text]

Gentilissimo, la ringrazio di questa domanda, tema che non ho avuto modo di affrontare durante la serata ma a cui cercherò di dare risposta di seguito. Quello che lei presenta è sicuramente una delle realtà più delicate all’interno del contesto sportivo e anche molto diffuse.

Credo che la sua riflessione sia nata intorno al concetto di “modello di riferimento“: durante la serata infatti ho specificato come l’allenatore, soprattutto per i bambini a partire dagli 8/9 anni, diventi un adulto di riferimento altro rispetto alla coppia genitoriale con cui il bambino, sin dalla nascita, si è relazionato. Frequentando l’allenatore, durante la vita sportiva, il bambino può sperimentare modelli adulti diversi da cui apprendere comportamenti, modalità di interpretare la realtà e reagire ad essa alimentando così il suo bagaglio personale.

Crescendo, e mi riferisco alla pre-adolescenza e adolescenza, lo sport diventa il luogo “proprio” del ragazzo, un ambito di vita che appartiene solo a lui, in cui si sente libero e lontano dalle figure genitoriali dalle quali sta cercando di “allontanarsi” per andare alla ricerca della propria identità personale. Compito non facile perché la totale autonomia non è ancora possibile e in qualche modo, magari senza ammetterlo, ricerca ancora la protezione del nido familiare. In ogni caso lo sport per i giovani è uno degli spazi in cui potersi sperimentare, misurare i propri limiti e ricercare il proprio sé….lontani dai genitori.

Sulla base di queste riflessioni sarebbe opportuno che il ruolo di allenatore e quello di genitore vengano rivestite da due persone differenti per agevolare i compiti di sviluppo cui il bambino/ragazzo è chiamato a rispondere.

Comprendo però come in molte realtà, magari quelle piccole dove l’attività sportiva è ancora portata avanti da volontari e magari la “manodopera” è carente, ci si ritrovi nelle situazioni allenatore-padre. In tal caso, come gestirla?

Innanzitutto è opportuno chiarire come non vi sia una risposta unica e risolutiva a questa domanda perché tutto dipende dalla qualità della relazione che tu, allenatore-padre, hai con tuo figlio. Affinché tale duplicità di ruolo non crei disagio in te e in tuo figlio credo sia importante seguire questi suggerimenti:

Tuo figlio, dentro le mura della palestra/nel campo sportivo/…, diventa un giocatore/atleta al pari degli altri. Certo non è cosa facile, ma devi essere imparziale e mostrare un atteggiamento equo e parimenti comprensivo verso tutti.

Evita di prendere tuo figlio come esempio così come evita di isolarlo troppo per la paura che gli altri tuoi atleti leggano nel tuo comportamento delle preferenze verso tuo figlio.

Definisci chiaramente i ruoli con tuo figlio: dentro le mura della palestra sei il suo allenatore.

La comunicazione salva tutto! In queste situazioni avere una comunicazione chiara, trasparente, comprensiva e costante con tuo figlio eviterà molte possibili incomprensioni.

Caro genitore, il ruolo che rivesti non è sicuramente semplice. Come dicevo l’ottimale sarebbe che il ruolo di genitore e quello di allenatore siano rivestite da due figure differenti. Se così non fosse, l’invito è di seguire i consigli sopra indicati!

Dott.ssa Maria Chiara Crippa

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