“Americans do it better”? – Il sistema calcio oltreoceano.

Quando ero piccolo un vecchio detto affermava che gli americani sanno fare tutto meglio di noi Europei tranne che il calcio. Il calcio è cosa nostra.
E’ evidentemente un detto che ha poco di veritiero ma ha una potente capacità espressiva. A ben vedere il mondo post 1945 è sempre stato dominato, economicamente e ideologicamente, dagli USA. E anche negli sport gli Stati Uniti hanno via via assunto un ruolo da egemoni; unica eccezione fino a qualche anno fa era proprio il calcio: la Nazionale a stelle e strisce non era in grado di incidere, il campionato statunitense era privo di attrattive, la loro conoscenza del calcio era mediocre e superficiale. Ma le cose stanno cambiando.
Già da qualche anno vecchie glorie dei nostri campionati continuano ciò che a suo tempo aveva fatto pioneristicamente Pelè, andato negli USA dopo la storica esperienza con il suo Santos, diffondendo una sempre crescente passione e conoscenza per questo sport.
Il calcio in America sta rapidamente scalando le classifiche degli sport più apprezzati e non serviranno troppi anni prima che anche la nazionale statunitense entri stabilmente nel novero delle più competitive a livello mondiale.
Ma, più di tutto, dagli USA arriva per noi europei un’importante lezione su quello che, molto generalmente, si può definire “sistema calcio”.
Come è visto il calcio in America? C’è qualcosa del calcio americano e della sua organizzazione che noi possiamo far nostro?

A questo proposito è stato pubblicato un bell’articolo su Repubblica, nella sezione Sport, lo scorso 16 gennaio.
In particolare, l’articolo si occupa di quello che viene considerato il primo atto del “calciomercato nordamericano”.
Siamo nel Maryland, nel Convention Center di Baltimora, che quel pomeriggio del 16 gennaio (dalle otto di sera in poi, ora italiana) ospitò il primo, vero atto ufficiale del calciomercato americano: il “Superdraft” della Major League Soccer, la Serie A d’oltreoceano.
Quella in Maryland è stata l’edizione numero 17 in 20 anni di storia del campionato calcistico americano.
Il Superdraft è un evento indubbiamente americanissimo e molto poco europeo, che prende spunto e ispirazione dalla Nba, dove esattamente come nella massima serie della pallacanestro americana: “le franchigie del Paese potranno scegliere, scambiarsi o investire sui giovani calciatori più promettenti dei college nazionali”.
È simbolo di una concezione del calcio estremamente democratica, che vuole contrastare l’idea di un calcio dominato solo dal “dio denaro”.
Come quelli degli anni scorsi il draft 2016 è stato diviso in quattro round e funziona in questo modo:

“allo stesso tavolo della stessa, immensa sala metterà tutti i migliori giovani soccer player dei college del Paese (per primi quelli della NCAA, la National Collegiate Athletic Association, che gestisce i programmi sportivi di college ed università negli Stati Uniti) faccia a faccia con dirigenti, allenatori e rappresentanti di tutte le 20 squadre della Major League. Che un team alla volta – a turno e a seconda della posizione in campionato dello scorso anno, partendo dai Chicago Fire, ultimissimi nella stagione finita un mese fa – potranno scegliere e ingaggiare gli atleti, oppure accordarsi per scambiarsi i turni, inserendo in questi “change” contropartite economiche o tecniche. In modo da dare a ogni realtà, come nella pallacanestro – spiegano da Baltimora – la possibilità di allestire la miglior squadra possibile.”.

Questo è sicuramente un modo di intendere il calciomercato diverso da quello al quale siamo abituati, che è troppo dominato dallo stress, dai soldi e dagli incontri, spesso furtivi, nei vari hotel di Milano.
Lo stile e lo spirito dell’Nba innervano tutta la manifestazione, nell’articolo si legge che “la cerimonia è un pieno di colori, slogan, dichiarazioni ad effetto e retorica a stelle e strisce come per la palla a spicchi, e il draft rimane uno dei simboli più belli di un calcio “democratico”, dove non per forza – l’ultima finale scudetto tra outsider, Portland e Columbus, insegna – chi ha più soldi vince”.
Questa è la strada migliore per dare definitivamente slancio al calcio americano, ponendo sullo stesso piano tutte le squadre con le stesse possibilità di acquisto.
Anche perché le regole in America sono ferree: impossibile sforare nel tetto salariale e a parte “tre giocatori extra budget ingaggiabili senza tetto allo stipendio” nessuna squadra può superare i tre milioni di dollari di ingaggi complessivi.

Questo è un metodo molto democratico e, a dirla tutta, anche molto marxista (nel senso migliore del termine, non ce ne vogliano gli americani): dare a tutti le medesime possibilità in base alla propria capacità e alla propria organizzazione.
Opinione ampiamente condivisa, ad esempio, dallo storico manager dell’Arsenal, Wenger, che afferma in un’intervista la base assolutamente meritocratica del calcio, almeno in via ipotetica.
In realtà il calcio è dominato da chi ha i soldi, e la meritocrazia lascia un pò il tempo che trova. Bisognerebbe dare gli stessi budget (quindi le stesse possibilità) a tutti i club di un campionato per poter parlare veramente di meritocrazia…ma questa è utopia pura secondo Wenger.
Sicuramente il modello americano premia maggiormente la lungimiranza, la preparazione tecnica degli osservatori e dei manager, mentre in Italia siamo afflitti da vagonate di veri e propri bidoni, pagati più per il nome che per un loro effettivo valore.
Qualcosa di buono questi americani, forse, lo hanno fatto anche nel calcio.

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