Chi si occupa di sport conosce bene come spesso sono proprio gli agenti emotivi a condizionare la prestazione del giocatore e dell’allenatore. Ogni atleta, ogni tecnico attribuisce un significato differente alla competizione e di conseguenza l’interiorità si modifica secondo questi significati. Alcuni atleti e allenatori hanno difficoltà di tipo psicologico, altri di tipo organico, ma tutte queste problematiche nascono dal vissuto interiore che la persona ha in rapporto alla gara principalmente più che all’allenamento.

Mi propongo di analizzare gli effetti e i problemi, sia dal punto di vista dei giocatori, sia di quello di noi allenatori, con l’obiettivo di proporre non soluzioni in assoluto corrette, ma ipotesi di quello che è il mio sentore e la mia esperienza che mi ha portato ad affrontare le competizioni in modo positivo. L’ansia è un fenomeno naturale che si prova quando alcuni valori fondamentali sono minacciati, è una sorta di allarme, di richiamo all’attenzione che segue all’immediata percezione dei pericoli. Lo stress, invece, è la reazione dell’individuo che deve affrontare un’esigenza. Molte sono le relazioni e i rapporti che intercorrono tra ansia e stress, nel 1956 Selye aveva studiato i due termini, battezzandoli: EUTRESS: stress positivo e DISTRESS: stress negativo, che in psicologia dello sport si identifica con l’ansia. Il tutto, in ambito prettamente sportivo, si può riassumere in due fattori che interagiscono tra loro: l’incertezza del risultato della gara e l’importanza attribuitale. L’ansia può aiutare a vincere una partita? Sentire ansia è utile, aiuta a percepire meglio la realtà e spinge verso la consapevolezza. Il torneo, il campionato, la prima partita per un bambino, i play‑off, rappresentano dei momenti in cui l’Io dell’atleta è da una parte minacciato in quanto la sua prestazione può non esser positiva, e dall’altra eccitato da un’ulteriore possibilità di migliorarsi e di mettersi in evidenza. La genesi dell’ansia da prestazione risiede nella personalità del giocatore o allenatore che presenta, generalmente, un io indifeso nell’affrontare delle richieste interiorizzate quali: devo essere il più forte tiratore, schiacciatore, rigorista, palleggiatore, difensore e/o le minacce dell’ambiente, cioè le frustrazioni dell’allenamento, il rapporto con l’allenatore, con gli stessi compagni, con gli avversari, con gli arbitri e con il pubblico. Il giocatore tende così a sottovalutarsi o al contrario a sopravvalutarsi.

Come un allenatore può accorgersi di cosa accade ai suoi giocatori nei giorni precedenti, poco prima della partita e durante la stessa? Un allenatore deve, a mio parere, semplicemente osservare i suoi giocatori come persone, non solo dunque dal punto di vista tecnico, ciò lo può aiutare a vedere la manifestazione dell’ansia e quanto sia il grado di coinvolgimento dell’intero organismo dei suoi giocatori. Come ci si difende dell’ansia? Molti giocatori, ma anche gli stessi allenatori si difendono dell’ansia razionalizzando, trovando cioè delle spiegazioni in ciò che sta succedendo, negando, con frasi come oggi non sento niente, non mi importa nulla della partita, oppure convertendo nell’opposto, vale a dire scherzando, ridendo, oppure ancora ritualizzando, proiettando la propria ansia, isolandosi o convertendo tutte le situazioni ansiose sul proprio corpo. L’allenatore e l’atleta, quest’ultimo in modo particolare, sanno che il mondo dello sport è spietato e che basta un nonnulla per frantumare il rapporto di fiducia con il mondo esterno, ovviamente a livelli più elevati questo accade ancora di più: tutti questi pensieri generano spesso un ulteriore rinforzo della paura, il famigerato timore di non farcela. Il giovane giocatore teme che una sua prestazione negativa possa diventare un giudizio negativo su tutta la sua persona, soprattutto quando intorno a lui vi sono persone, genitori in testa e allenatore, che si aspettano molto da lui. Sicuramente lo stato ansioso si accentuerà, quando la gara sarà ritenuta particolarmente importante e significativa.

Ma è proprio sempre negativa l’ansia? Non sempre, non è lo sport a scatenare eventuali reazioni ansiose, bensì il nostro modo di viverlo. Questo succede quando si ha una grande motivazione al raggiungimento dell’obiettivo; infatti la stessa reazione ansiosa non è detto che il giocatore la debba provare in ogni partita. Davanti ad una situazione di questo tipo, il giocatore potrà mettere in atto alcuni comportamenti di tipo difensivo, ad esempio la fuga, spesso tale desiderio si attua attraverso un distanziamento psicologico dall’obiettivo. Il giocatore effettuerà il riscaldamento pre-gara in modo svogliato, penserà al valore degli avversari e alle difficoltà che potrebbero insorgere e a volte si lamenterà di non sentirsi bene. Un’altra modalità di reazione davanti a questo stato è quella detta dell’immobilità, il giocatore si contrae, diventa subito rigido e il suo viso apparirà inespressivo. Quando un giovane giocatore vive queste sensazioni, è pervaso da una forte insicurezza.

Anche l’allenatore, in diversi casi, vive le stesse conflittualità, prima della gara può essere nervoso, in partita aggrapparsi all’atleta che gli dà maggiori sicurezze, e nei time out urlare e trasmettere ansia. La sindrome ansiosa è personale, infatti non tutti i giocatori ansiosi presentano gli stessi sintomi: alcuni evidenziano la loro ansia maggiormente sul fronte fisico, altri invece sul versante comportamentale. Il vero problema dell’ansia non è tanto quello della sua presenza, ma è come il giocatore o l’allenatore la vive e come quest’ultimo riesce a tranquillizzare i suoi atleti. Siamo persone ed in quanto tali è normale entrare in difficoltà se la posta in gioco è alta, trovare il modo affinché lo stress sia un punto a favore e non una condanna di sottomissione è l’arma per essere un gruppo vincente.

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