“Auf wiedersehen!”: l’inaspettato esonero di Carlo Ancelotti.

La notizia del giorno nel mondo del calcio è l’esonero di Carlo Ancelotti da allenatore del Bayern Monaco: è il suo terzo esonero, dopo quelli di Chelsea e Real Madrid, ma è il primo a campionato ancora in corso; anzi, appena iniziato. (Sia a Londra che nella capitale spagnola Ancelotti è stato “licenziato” a campionato finito).
Quello del 28 settembre è invece un vero e proprio fulmine a ciel sereno, come suol dire.
La pesante sconfitta rimediata contro il PSG di Cavani, Neymar e compagni è costata cara all’allenatore di Reggiolo, cacciato dal Bayern senza troppi complimenti, e forse troppo frettolosamente.
Che già qualcosa si fosse rotto sembrava abbastanza palese fra Ancelotti e giocatori, un ingranaggio, quello del Bayern, che girava scricchiolando: un punto in campionato nelle ultime due partite e una figuraccia in mondovisione, che non è andata giù ai dirigenti bavaresi che hanno deciso per una soluzione drastica; in effetti, era dal 1991 che all’Allianz Arena un allenatore veniva cacciato prima di Natale, e quella volta tocco a Jupp Heynckes.

Il triste epilogo dell’avventura tedesca di Ancelotti stride molto con l’immagine che il mondo del calcio ha di lui, quella dell’allenatore amato dai propri giocatori; solitamente non si viene esonerati per una partita persa malamente; ma l’esonero resta l’arma finale delle dirigenze quando tra giocatori e allenatore si crea una spaccatura impossibile da ricomporre.
Nei prossimi giorni ci saranno retroscena da chiarire, bisognerà far luce sui dettagli e sui veri motivi che hanno allontanato l’allenatore emiliano dalla panchina della più importante squadra della Bundesliga.
Si vocifera, fra notizie sparse qua e là sul web, che siano stati i senatori dello spogliatoio del Bayern a non digerire alcune scelte di formazione, o finanche le modalità d’allenamento.
I vari Robben, Ribery, Lewandowski e Muller insomma rappresentano il principale motivo dell’esonero, scontenti della gestione del gruppo e dello spogliatoio.
Al di là della scelta dirigenziale, al di là della discussione circa l’utilità di un esonero, resta il fatto che ad essere stato esonerato è stato uno dei più vincenti allenatori in circolazione; e, forse ancora più incredibilmente, i motivi dell’esonero sembrano proprio essere quelli per i quali Carlo Ancelotti è stato, nel corso degli anni, celebrato e glorificato: la straordinaria empatia con i propri giocatori e il carisma con il quale lega e unisce insieme i membri dello spogliatoio.

Che allenatore è Carlo Ancelotti?
Perchè il Bayern ha deciso di privarsi di un fuoriclasse del suo livello?
Il suo palmares parla chiaro: 20 trofei in bacheca, dall’Intertoto vinto con la Juventus nel lontano 1999 alla più recente coppa di Germania vinta proprio con la sua nuova ex squadra.
In mezzo “Carletto” ha raccolto 4 titoli nazionali, in 4 divisioni diverse (Serie A con il Milan, Premier con il Chelsea, Liga con i blancos e il Meisterschale in Germania della passata stagione); ha portato due volte il Milan sul tetto d’Europa e ha consegnato al Real Madrid la tanto attesa “decima”, oltre alle varie coppe nazionali vinte facendo il giro dell’Europa.
Una carriera alla Football Manager insomma.
Ma oltre ai trofei, che già definiscono lo spessore di un manager, i numeri di Ancelotti allenatore sono spaventosi.

Inizia la carriera da allenatore in Serie B, stagione 1995-1996 e porta la Reggiana in Serie A, prima di essere ingaggiato dal Parma, ottenendo al suo primo anno di A uno storico argento (record tutt’ora imbattuto dalla compagine emiliana).
Poi Juve, subentrando a Marcello Lippi. Guida la vecchia signora per tre stagioni, per poi infine consacrarsi nel Milan. Resterà nella Milano rossonera per 8 stagioni, diventando un idolo incontrastato di tifosi e giocatori. Poi 4 bienni in 4 nazioni diverse, dapprima al Chelsea di Abramovich, poi dagli sceicchi del Paris Saint Germain, per poi approdare al Bernabeu, fallendo la conquista della Liga ma conquistando la sua terza Champions, infine l’esperienza in Germania, con la vittoria del campionato l’anno scorso e l’esonero del 28 settembre.
Sempre sul podio, ininterrottamente, dal 2009.
Ai trofei in bacheca si accompagnano poi i riconoscimenti personali, ed oggi, nonostante l’esonero bruciante, resta uno degli allenatori più blasonati in circolazione.

Non esiste una ricetta unica per essere un allenatore vincente, ci sono tante strade diverse per essere un grande allenatore, quella di Ancelotti però è probabilmente quella meno “mediatica”. Indubbiamente ha sempre allenato squadre attrezzate per vincere, ed è più facile trionfare in Champions allenando il Real Madrid piuttosto che il Beer Sheva. Ma bisogna essere capaci di allenarle, le grandi squadre; bisogna saper lavorare con grandi nomi e grandi personalità, convincere anche i top player che non giocano da soli ma che sono parte di una totalità omogenea che è la squadra. È probabilmente questo il più grande merito di Ancelotti.
Ovunque sia stato, i suoi giocatori hanno sempre parlato bene di lui, e così l’ambiente intorno alla squadra. È stato sempre in grado di creare un grande gruppo, unito e saldo come le dita di due mani che si intrecciano.
Non a caso, da giocatore, è stato allievo di Arrigo Sacchi, uno che fa del collettivo la cifra per giudicare la forza di una squadra. Di fatto, Ancelotti ha riportato in ogni squadra che ha allenato questo insegnamento. La sua non è una leadership costruita sul timore o sull’ardore spassionato “alla Mourinho”, ma predilige vie più silenziose.

Indubbiamente l’esperienza al Milan è stata fondamentale, è stato nel club di Berlusconi che ha imparato a pensare al club come ad una famiglia, prima che una squadra. L’idea centrale della filosofia di Ancelotti è sempre stata quella di mettere i giocatori a proprio agio, di infondere calma e serenità nello spogliatoio, piuttosto che ansia e preoccupazioni. Un discorso che vale nel calcio, come in qualsiasi altro sport come anche nel lavoro. Si lavora meglio quando si è rilassati, quando il capo non sbraita e quando stiamo bene con i nostri colleghi.

Quando, ad esempio, Ancelotti arrivò a Parigi, trovò una realtà completamente diversa da quella milanese o di Londra: un club con tanti soldi ma senza identità. La prima cosa che fece fu quella di far costruire un ristorante, incoraggiando i propri giocatori a fermarsi dopo gli allenamenti per trascorrere del tempo insieme. Iniziò così ad allenare il Paris Saint Germain.

Il gruppo prima del singolo, da vero sacchiano.

E sempre, in ogni squadra, la sua filosofia ha trionfato, i giocatori hanno riconosciuto in lui una figura carismatica, quasi paterna, e hanno accettato di farsi guidare, mano per mano, partita dopo partita. I risultati parlano per lui, le parole e i ricordi di chi è stato allenato da lui lo confermano: prima di essere un ottimo allenatore Ancelotti è un grande uomo, con idee chiare su che cosa voglia dire allenare.
Qualcosa, di questa carriera straordinaria, è pero andato perdendosi in questi ultimi mesi tedeschi.
Il giocattolo si è rotto, e la sua filosofia non è servita a ricucire gli strappi di uno spogliatoio che gioca insieme da tanti anni, forse troppi. Ci sono tante domande che possiamo porci, se la cultura tedesca sia adatta allo stile di Ancelotti, se abbia sbagliato lui a relazionarsi con i “capi” dello spogliatoio bavarese, se in Germania non lo hanno proprio capito e si sono stufati di lui; sono quesiti destinati ad esser risolti più avanti, o forse mai.

Qualcosa magari ci verrà rivelato nelle prossime settimane, magari, riusciremo a capire il perché Ancelotti sia stato esonerato fallendo proprio in quello in cui è un maestro: farsi amare dai propri giocatori.

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