Cadiamo per imparare a rialzarci.

Lo sport è spesso la metafora della vita:“In campo, come nella vita” diceva Nereo Rocco, in una delle massime più emozionanti dello sport.
Per vedere chi sia veramente una persona, basta guardarlo giocare. Chi pratica sport, soprattutto di squadra, sentirà immediatamente che questa frase è senz’altro vera; ma è vera anche se usciamo dal contesto nel quale fu creata, che è il calcio.
Noi ci riflettiamo nello sport, e lo pratichiamo esattamente come siamo abituati a vivere, nei termini di impegno, disposizione al sacrificio.
La storia di James Walter Braddock è la storia di un pugile che combatteva sul ring con la stessa intensità e la stessa voglia che lo mantennero in vita durante gli anni della Grande Depressione.
James Braddock nacque a New York nel 1905 ed è considerato uno dei più grandi pugili di tutti i tempi. Per gli appassionati di boxe il suo nome significava già qualcosa prima del film di Ron Howard, “Cinderella Man”; tutti gli altri conobbero la sua storia proprio grazie a questo film, dedicato al declino e alla rinascita sportiva di Braddock.

Prima della crisi del Ventinove era uno dei più forti pugili in circolazione (34 vittorie in tre anni di professionismo, e 21 di queste per KO) e perse per un soffio la cintura dei pesi massimi; poi le circostanze e gli eventi, che dominano la nostra vita, gli impedirono di continuare. L’America conobbe la fame e la disperazione e Braddock dovette abbandonare il ring per trovare lavoro in un porto per mantenere la famiglia.
Il film di Howard è splendido per il modo in cui rende giustizia alla sofferenza di quegli anni; il lavoro al porto non era affatto sicuro e bisognava sperare ogni giorno che ci fosse da lavorare, bisognava mantenere tre figli e una moglie. La situazione è di quelle che ti mettono l’acqua alla gola, spesso a si arrivava a cena con qualche fetta di prosciutto da mangiare.
Questi momenti rivelano le persone per quello che sono, c’è chi si abbandona al destino e si fa guidare degli eventi; altri trovano le forze per sollevarsi tornare protagonisti attivi della propria vita.
Braddock è stato questo tipo di uomo, James Braddock era nato per fare il pugile e gli anni della Depressione gli insegnarono la sofferenza e gli temprarono il carattere, essere ad un passo dal baratro e a non cadere dà più forza di quella che noi stessi crediamo di avere; così con determinazione, giorno dopo giorno, i Braddock vissero barcamenandosi aspettando quell’occasione che cambia la vita; l’occasione di James Braddock aveva due nomi e due cognomi: Joe Gould e John Griffin.

Il primo era il suo manager storico, il secondo è un pugile. La sorte legò insieme questi tre nomi nel 1934 e Braddock salì sul ring contro Griffin, incontro organizzato da Gould, in un match che doveva essere un pretesto per allenare Griffin per i campionati mondiali e permettere a Braddock di guadagnare qualcosa. Giusto un incontro di cartello, in cui Braddock doveva far la parte del saccone d’allenamento.
Quell’incontrò fu la svolta.
Griffin lo sottovalutò e Braddock aveva troppa voglia di dimostrare di non essere finito, di uscire dal fango della miseria e dare un futuro ai figli: vinse dopo 3 riprese.
Braddock era tornato, poi l’America è un paese sentimentale e ama le belle storie, fu soprannominato Cinderella Man dai giornalisti e critici e ritornò sulla scena come un risorto dal regno dei morti (sportivi s’intende). Sconfisse Lewis, che vincerà la cintura di campione dei pesi massimi qualche anno dopoo, fu chiaro a tutti che era in lizza per candidarsi egli stesso al titolo; sempre seguito dal suo manager e allenatore Gould, il 22 marzo del 1935 sconfisse Art Lasky e divenne l’unico serio antagonista del campione in carica: Max Baer.
Già di per se per Braddock era un incontro difficile, Baer non aveva conosciuto la crisi e aveva continuato ad allenarsi con costanza, Braddock aveva ripreso da un anno e aveva il corpo logorato dagli anni al porto; come se non bastasse aveva rimediato un paio di costole rotte durante l’incontro con Lasky e la sua mano destra era praticamente ancora rotta dall’ultimo incontro prima del Ventinove.
A rincarare la dose il destino scelse un avversario temibile, ma temibile nel senso pregnante del termine: Baer aveva già ucciso due uomini sul ring; nel 1930 aveva staccato il cervello di Frankie Campbell dal cranio con due colpi e similmente provocò la morte di Ernie Schaaf colpendolo alla tempia così forte che bastò un pugno, sei mesi dopo, di Primo Carnera per ucciderlo.
Quindi, incontro per il titolo dopo essere tornato in attività da un anno contro un avversario nettamente più forte, più giovane e pericoloso.
Se non fosse una storia vera si potrebbe dire che Howard scelse una sceneggiatura perfetta per dare l’esempio di come il sacrificio paghi sempre, e che gli sforzi, la determinazione, la sofferenza alla fine siano carburante per risollevarsi.
Braddock vinse ai punti, questo vuol dire che rimase sul ring 12 riprese contro Baer e non andò mai al tappeto. Combattè come aveva vissuto gli anni della Depressione, pugno dopo pugno senza crollare mai tenendo sempre in testa il perchè fosse sul ring a rischiare la morte e non a casa o da qualsiasi altra parte.
Era nato per fare il pugile e l’unica strada che era in grado veramente di percorrere era quella del ring, quando si nasce per uno scopo la vita potrà scegliere strade diverse per manifestarsi e mettere alla prova ma alla fine tutto ritorna sempre, Braddock aveva perso per un soffio la cintura 6 anni prima e adesso la vita, lo stesso destino che lo aveva messo KO, gli forniva il pretesto per rinascere.
Braddock vinse perchè aveva qualcosa in più da perdere rispetto al sua avversario, vinse perché Baer combatteva solamente per confermarsi campione, esclusivamente per la propria gloria sportiva; non aveva persone che contavano su di lui. Braddock combatteva per i suoi figli, per sua moglie; combatteva anche per non morire visti i precedenti di Baer. Vinse perchè la boxe non era più uno sport per lui, era la sua vita.

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