Calcio, stadi e tifosi. La “giovane” Italia e l’esempio della Thatcher.

Due anni fa, 8 aprile 2013, moriva Margareth Thatcher, la lady di ferro.
Conservatrice, unica donna che finora ha ricoperto la carica di primo ministro inglese la Thatcher ha portato nel Regno Unito di fine secolo profonde riforme.
Il suo apporto fu determinante anche in materia sportiva. La “lady di ferro” concentrò molti suoi sforzi per debellare, o quantomeno ridurre al minimo, il serio problema degli hooligans.

Non amava il calcio, non amava chi ama il calcio. Tuttavia fu abbastanza abile a capire che qualcosa nel movimento calcistico inglese era da cambiare.
Il suo governo iniziò la sua battaglia nel 1985, dopo la strage dell’Hesyel.
Con lo Sporting Events Act la Thatcher limitò acquisto e consumo di bevande alcoliche negli stadi e nei treni dei tifosi, e con il Public Order Act permise alla magistratura di interdire la presenza negli impianti sportivi di singoli individui ritenuti violenti, constringendoli all’obbligo di firma in caserma. (in Italia ciò è conosciuto come Daspo).
Questo ha permesso di rovesciare completamente il concetto stesso di fruizione delle manifestazioni sportive, e di limitare il potere degli hooligans, spesso causa di violenti scontri con la polizia.

Ma limitare l’accesso agli stadi fu una cosa utile, ma non decisiva. Anche in Italia (dovrebbe) funzionare allo stesso modo, visto che controlli e regole ci sono (o dovrebbero esserci) ma la Thatcher capì che la questione hooligans era connessa ad un altro problema: gli stadi obsoleti e strutturalmente pericolosi. L’anno di svolta fu il 1989.
Il Football Spectators Act, la necessità del quale divenne prioritaria dopo il disastro di Hillsborough che provocò la morte di 96 persone, sancì la possibilità di vietare la presenza a eventi sportivi al di fuori di Inghilterra e Galles a persone condannate per reati connessi alla disputa di partite di calcio e, per la prima volta, impose l’obbligo di entrare negli stadi con un documento di identità.
Successivamente, si manifestò l’esigenza, divenuta obbligo per le società, di ristrutturare gli stadi: vennero investiti oltre 350 milioni di sterline per costruire o modificare impianti privati attraverso l’eliminazione delle barriere tra il campo di gioco e gli spalti e la sostituzione delle terraces – le gradinate che erano il cuore del tifo hooligans – con soli posti a sedere e l’installazione delle telecamere interne di sorveglianza.
Il tutto fu dichiarato obbligatorio, ciò vuol dire che qualora i club non avessero rispettato le direttive gli sarebbe stato impedito di iscriversi ai campionati.

Questa piccola lezione di storia inglese è fondamentale per capire come si può risolvere un problema.
Colpendolo alla radice.
Inutile dire che in Italia provvedimenti del genere non sono nemmeno ancora stati pensati, o se sono stati pensati, nessuno si è mai preso la briga di metterli in pratica.
Che la situazione ultras in italia sia ai limiti della sopportazione è fin troppo evidente.
La morte di Ciro Esposito, legata allal quale c’è lo sconvolgente episodio di Jenny “a’ carogna” è solo uno degli ultimi. In quella circostanza, l’inizio di una partita di calcio fu ritardato da un “tifoso” aggrappato ad una gradinata. Dirigenti, poliziotti, chiunque avesse un minimo di autorità pendeva letteralmente dalla labbra di questo enigmatico individuo, per la serie: “dicci se possiamo iniziare la partita”.
L’elenco è lungo, dal ragazzo accoltellato in un Roma-Lazio che dichiarò dal suo letto d’ospedale di non veder l’ora di tornare allo stadio per restituire la coltellata, (“in fondo, in un derby, la coltellata ci sta”) agli ultrà del Genoa che obbligarono (obbligarono?!) i giocatori a togliersi le maglie perchè ritenuti indegni di portarle.

Moralismi a parte, c’è evidentemente qualcosa che non va. Gli stadi italiani sono una condizione che rasenta l’inguardabile: da Italia 90 la situazione è paralizzata. Gli stadi sono vecchi, pericolosi, sono lasciati a loro stessi.
In governo tutto tace, perlomeno per quanto ne sappiamo noi. Ma non solo per quanto riguarda gli stadi, guardiamo il caso Parma, quello del calcio-scommesse, sono tutti sintomi di un malanno diffuso che fa da specchio alla stessa sindrome che colpisce il nostro paese nel complesso.
Resta vero il fatto che l’Italia non tornerà in auge solamente grazie alle riforme nel calcio, perchè di problemi ce ne sono altri e di più gravi. Tuttavia si guarisce dalla malattia curandone i sintomi, e la situazione del calcio in Italia è un sintomo; ma per curare i sintomi bisogna comprenderli, e sembra che nessuno sia in grado di farlo. O forse nessuno vuole farlo.

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