Che cavolo gli volete dire.

Spagna.
Gran Premio di Catalunya. 2009.
Ultimo giro.

Due moto si stanno combattendo il primo posto. La gerarchia sembra abbastanza stabilita, poco prima dell’ultima staccata decisiva il pilota in prima posizione allunga, protegge la staccata e chiude stretto a sinistra, impedendo il sorpasso.
La gara sembra chiusa, non ci sono più spazi per passare. Un concitato Guido Meda, storica voce della MotoGp, annuncia: “è quasi impossibile, adesso è durissima, non c’è spazio”. Il pilota in testa non è proprio l’ultimo arrivato, la sua moto gira bene ed è abbastanza esperto per chiudere le traiettorie.

Poi, la magia.
All’ultima curva della pista, ad una manciata di metri prima del traguardo, quando la vittoria di Jorge Lorenzo sembra inevitabile, Valentino Rossi, praticamente senza spazio di manovra, si inventa un angolo, si butta a destra ed entra corto su Lorenzo, quasi come se costruisse apposta un pezzettino di pista che prima non c’era.
È il sorpasso. Magistrale, pazzesco. Negli ultimi metri, dove chiunque altro avrebbe visto un muro, il pilota italiano vede la strada verso il primo posto e l’afferra al volo.
Meda impazzisce, fra l’adrenalina e le lacrime commenta urlando al microfono: “È entrato non ci credo, non ci credo, è impossibile!! Bravooooo, bravooooo; Rossi c’è! Che gara, che sorpasso….che cavolo gli volete dire!”.

Già, che cavolo gli volete dire.
Esempio cristallino di chi sia Valentino Rossi, quel sorpasso all’ultima curva in Spagna resta una delle perle che il 38enne di Urbino, il “Dottore”, ha lasciato ai posteri e agli amanti dei motori.
Ma come si fa a raccontare di Valentino Rossi? Che cosa si può dire che, o meglio, che cosa si deve dire?

Basta qualche numero per capire che siamo di fronte a qualcuno che non appartiene alle tradizionali categorie sportive.
Insignito nel 2010 del Winnig Italy Award, per aver contribuito a valorizzare l’immagine dell’Italia nel mondo, Valentino Rossi è l’unico pilota nella storia delle moto a vincere il Mondiale in 4 classi differenti, 1 titolo nella 125, nella 250, nella 500 e 6 titoli in MotoGp.
5 di questi 6 titoli Rossi li ha vinti consecutivamente, tra il 2001 e il 2005 (3 con la Honda e due con la Yamaha), mentre conquistò il suo 9 e ultimo, finora, mondiale nel 2009, grazie ad un terzo posto durante il Gran Premio della Malesia. Dagli esordi con l’Aprilia nel 1996 all’infortunio che gli ha compromesso il Mondiale di quest’anno: 21 stagioni in sella ad una moto.
In mezzo ci sono state 364 gare, 227 podi e 115 vittorie. Numeri impressionanti.
Numeri impressionanti soprattutto se si pensa che l’ultimo mondiale vinto appartiene a quasi 9 anni fa.
Non proprio poco tempo.

Eppure è ancora lì. Solamente due stagioni fa il 10 titolo è sfuggito all’ultima gara, a causa della penalità che lo ha costretto a partire dal fondo proprio alla gara conclusiva, in terra spagnola, a Valencia.
I 249 punti della stagione scorsa lo avevano nuovamente costretto al secondo posto in classifica generale, mentre dopo l’infortunio di quest’anno, era definitivamente tramontato il sogno di vincere il Mondiale. Durante questa stagione ha infranto un nuovo record: trionfando ad Assen, Valentino Rossi è diventato il più anziano pilota ad aver vinto in MotoGp (38 anni e 129 giorni).
Ecco, forse per capire Valentino Rossi bisogna ragionare proprio sull’età.
Perchè il “Dottore” incarna totalmente alcune delle qualità fondamentali dello sport, non solo del motociclismo. La sua passione sfrenata per il mondo dei motori, la dedizione e la perseveranza per tutti i suoi anni di carriera, le capacità tecniche e quelle mentali che lo hanno reso sempre competitivo, anche adesso che dà battaglia in pista con piloti di altre generazioni.
Gli anni passano, i motori e la tecnologia cambiano, le cose evolvono eppure lui è ancora in mezzo alla mischia.

Non si guida una moto a 38 anni se non si è qualcosa di più di semplici sportivi.
Se è nell’ordine delle cose che si possa essere vincenti quando si è giovani, lo è di meno continuare a esserlo quando l’età inizia a far sentire il proprio peso.
Valentino Rossi ha vinto il suo ultimo mondiale quando aveva 30 anni, è vero; ma gli ultimi suoi 8 in MotoGp sono stati (ad eccezione del bienno in Ducati) anni in cui il pilota emiliano è sempre stato al vertice della disciplina, come testimoniano i due secondi posti in classifica generale delle due edizioni passate.
Sempre lì, insomma.
Ecco che allora per capire Valentino Rossi bisogna ragionare proprio sul fatto che sia un pilota classe 1979.
È l’età che ci da la sua vera dimensione.

In 21 anni di corse, Rossi si è trovato a dover “incrociare i manubri” con diverse generazioni di piloti. Questo significa due cose, una è che mediaticamente parlando, Rossi ha nel corso del tempo dato vita a rivalità nuove, con persone differenti. L’altra è che proprio perchè gli avversari erano di volta in volta diversi, il “Dottore” si è sempre trovato a dover fare i conti con stili di guida differenti, sia per quanto riguarda i testa a testa in pista sia che per quanto riguarda il campionato generale.
Si è trovato, in altre parole, nella necessità di far fronte a “nemici” sempre diversi, con punti forti e punti deboli differenti. Con l’obbligo di mettersi costantemente alla prova, di reinventarsi di anno in anno.
A volte ha trionfato ed altre è stato sconfitto, ma in entrambi i casi è sempre stato il pilota da battere, per chiunque si affacciasse in MotoGp, Valentino Rossi era il principale avversario.
Per tutta la prima parte della carriera il 46 italiano si è ritrovato a dare battaglia con due connazionali, Loris Capirossi e Max Biaggi, creando un triumvirato simboleggiato dalla stagione 2001, quando i “tre moschettieri” monopolizzarono il vertice della 500, con Rossi che vinse il suo primo titolo nella classe più alta.

Quella con Biaggi è stata una rivalità accesa anche fuori dalla pista, come quando sempre nel 2001 al termine della gara a Barcellona sono venuti alle mani poco prima della cerimonia del podio. Sempre del 2001 è quel famoso “doppio sorpasso” in cui dapprima Biaggi superò il rivale allargando sia vistosamente che scorrettamente il braccio (rischiando di farlo cadere ad una velocità di oltre 200 chilometri orari) e successivamente Rossi restituì il sorpasso mostrando al pilota romano il dito medio, universale segnale di poca stima, per usare un eufemismo.
Ma come detto, i rivali di Valentino Rossi sono arrivati e andati via come l’acqua sulla spiaggia, e ben presto ai due italiani si sostituì lo spagnolo Sete Gibernau, con il quale VR46 si contese i primi mondiali della nuova classe MotoGp.
A Gibernau subentrerà poi Casey Stoner, verso la fine del decennio del 2000.  Infine, a cavallo fra la fine del decennio e l’inizio di quello nuovo, si aggiunsero alla folta schiera dei “nemici” di pista due spagnoli, Jorge Lorenzo, classe il 1987 (8 anni più giovane di Rossi) e Marc Marquez, che invece ha 14 anni in meno del 46 di Urbino.
Eppure, malgrado l’enorme divario di età, gli ultimi due mondiali conclusi hanno visto il pilota italiano ottenere due amari secondi posti; amari, perché è sfuggito il decimo titolo, ma pur sempre secondi posti, a dimostrazione del fatto che in fin dei conti, l’età è solo un numero.
Avversari sempre nuovi, l’età che avanza e la maledizione del decimo titolo che non riesce ad arrivare.
Ci sarebbe abbastanza materiale per pensare seriamente di chiudere con le moto, anche perchè, a partire dal 2010 un nuovo nemico si è presentato nella carriera del pilota italiano: l’infortunio.
Gli infortuni, specie se quelli gravi, rischiano sempre di compromettere campionati, gare e carriere di ogni sportivo.
Quelli in cui Valentino Rossi è incappato potevano veramente rappresentare due montagne impossibili da scalare. Due, per la precisione, quelli più importanti. Uno a distanza di 7 anni dall’altro.

Dal 1996 al 2010 non ha mai saltato una gara, in nessuna delle classi in cui correva. Sono 14 anni ininterrotti.
La sua carriera trema violentemente per la prima volta durante il Gran Premio del Mugello, 5 giugno 2010. Ha 31 anni ed è il campione in carica e pienamente in corsa per bissare la vittoria. Durante le prove libere il “Dottore” cade. Pesantemente.
L’esito è di quelli gravi: frattura scomposta ed esposta di tibia e perone; la prognosi infausta, almeno due mesi di stop. La sua prima montagna.
Due mesi sono troppi, troppi punti da lasciare agli avversari, troppi Gran Premi da non disputare; Rossi non ci sta, non vuole saperne della cautela. Infatti poco più di un mese dopo il Gran Premio d’Italia Rossi torna in sella alla sua Yamaha, per il Gran Premio di Germania, sul circuito del Sachsenring. Sono passati 43 giorni, Rossi manca il podio per un soffio. Arriva quarto.
Il Mondiale sfugge ugualmente, si piazza al terzo posto in classifica generale. Ma ciò nonostante, il recupero in tempo record è già qualcosa di molto vicino ad un miracolo sportivo.

Dopo il biennio in Ducati, pagina disastrosa nella carriera del pilota emiliano, Rossi ritorna definitivamente in Yamaha e le stagioni passano senza che Rossi riesca a tornare sulla vetta del campionato. La rottura della gamba è cosa dimenticata, ma l’ansia per l’età che avanza e i riflessi che non sono più quelli di un tempo inizia a farsi sentire. 
Nel 2013, sempre durante il Mugello i fantasmi di un nuovo stop si presentano tutti insieme al “Dottore”, quando cade al primo giro in seguito ad uno scontro con Bautista.
Nessuna conseguenza fisica, solo una gara senza punti.
Anche l’anno successivo Valentino Rossi rischia parecchio; quarto giro, Aragon. Rossi cade, la moto rotola verso di lui ma non lo colpisce. È un “semplice” trauma cranico. Nulla di grave. The Show must go on.
La sorte poi però sembra voler rincarare la dose.
Dopo i due cocenti secondi posti consecutivi (2015 e 2016) Rossi inizia il motomondiale della stagione 2017 ottenendo subito un podio alla prima gara in Qatar.
Qualche prestazione anonima e qualche superba prova lo rendono uno dei candidati al titolo, come sempre del resto, e poi arriva il duplice infortunio.
Il primo è abbastanza leggero: botta al petto e alle costole durante un allenamento di motocross; qualche giorno in ospedale e poi di nuovo in pista, acciaccato ma determinato: quarto posto al Mugello.
Infine, il colpo di grazia.
Quasi come se qualcuno gli volesse far capire che forse sarebbe il caso di smetterla, Rossi cade dalla moto da enduro durante un allenamento. L’infortunio è alla stessa gamba del 2010. Stesso esisto: frattura di tibia e perone. Solo che sono passati 7 anni da quello prima, Rossi ora di anni ne ha 38.
Per molti potrebbe essere quello decisivo. Un infortunio grave, gravissimo, ad un età nella quale i tempi di recupero si allungano impietosamente: servono almeno 40 giorni di assoluto riposo.
Potrebbe essere seriamente la fine della carriera.

24 giorni dopo (metà del tempo che ci ha messo per lo stesso infortunio nel 2010) Rossi chiude il Gran Premio d’Aragon al quinto posto tra lo stupore generale per un impresa medica e sportiva che sfiora i bordi dell’impossibile.
Un recupero ai limiti delle possibilità umane che però non è servito al miracolo, perchè il Mondiale è nuovamente sfumato, trionfa Marquez in classifica generale con il 38enne emiliano 5 posizioni più in basso.

Forse, tirando le fila di questo discorso, è questo Valentino Rossi.
Uno al quale le cose scivolano addosso, infortuni e sconfitte, rivali e litigate, gambe fratturate e rovinose cadute. Gli anni si aggiungono e lui li scaccia via, noncurante.
Ancora in pista.
“Dopo tutto questo tempo?” gli chiederebbe Silente se fossimo nel romanzo della Rowling, e lui risponderebbe senza pensarci troppo, sistemandosi il casco in testa: “Sempre!”.

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