C’era una volta.. Jesse Owens

Nel mondo dello sport esistono storie che devono essere raccontate. Se vogliamo essere precisi, sono FIABE. Queste devono essere raccontate ai nipoti poco prima di andare a dormire oppure agli amici davanti a una pinta di birra, come il miglior film di Walt Disney, l’ascoltatore deve uscirne incantato, tanto che, dal giorno seguente trasmetterà il racconto ad altre persone. Come ogni Fiaba che si rispetti, la storia deve contenere personaggi “fantastici” che lottano per un ideale, ricercano una crescita morale, o addirittura “combattono” contro un antagonista.

L’ultima fiaba a cui abbiamo assistito è stata la meravigliosa vittoria della Premier League del Leicester City di Claudio Ranieri. Potrei citarne molte altre come la vittoria dei mondiali di Rugby del 1995 della nazionale Sudafricana, ai danni degli All Blacks, poco tempo dopo la fine dell’Apartheid e l’insediamento di Nelson Mandela come presidente della nazione; la strepitosa stagione 2002 della franchigia di baseball degli Oakland Athletics; l’impresa della nazionale Giamaicana di Bob nel qualificarsi alle Olimpiadi invernali del 1988; il superamento delle barriere razziste nella squadra di football del liceo T.C. Williams, con la conseguente vittoria del titolo del 1971; il trionfo di una squadra composta da gay, transessuali  e travestiti del campionato nazionale di pallavolo thailandese del 1996.

Tutte le fiabe citate precedentemente sono state riportate su pellicola (per quella del Leicester dovremo aspettare qualche anno), probabilmente una mancava all’appello, la più bella. Quella in cui un afroamericano di nome James Cleveland Owens, passato alla storia come Jesse, riuscì a vincere quattro medaglie d’oro all’Olimpiade del 1936 a Berlino, con in tribuna colui che verrà considerato il nemico numero uno dell’umanità, Adolf Hitler.

Jesse nasce in Alabama, uno stato in cui gli afroamericani erano schiavi dei padroni bianchi, la famiglia Owens lavorava nelle piantagioni di cotone, quindi il tempo per lo studio per il piccolo Jesse arrivava dopo le 100 libbre di cotone raccolte durante la giornata. A 9 anni si trasfersce a Cleveland con la famiglia, qui si iscrive all’istituto tecnico e nel dopo scuola si allena nella corsa, che diventa la sua passione, finchè nel 1933 ai campionati nazionali studenteschi esprime il suo talento nelle discipline di velocità e di salto in lungo, tanto da ottenere l’ammissione all’università statale di Ohio, da qui può dedicare anima e corpo all’atletica.

“Ha il miglior centro di gravità mai visto su una pista di atletica.” Dicevano questo gli esperti di Owens, avevano ragione. Nel 1935 ad un meeting di atletica leggera, in soli 45 minuti stabilisce 3 record del mondo: nel salto in lungo, 8.13 m, una misura che rimase imbattuta fino agli anni 60, e che alle Olimpiadi del 2008 a Pechino sarebbe entrata nella Top 10; nelle 220 iarde piane e ad ostacoli; ed eguagliò il tempo nelle 100 iarde. Jesse Owens entra di diritto nella storia dell’atletica leggera.

Dopo la fantastica edizione targata U.S.A. delle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles,  queste tornano nel vecchio continente. Lo slogan? “Superiorità Ariana!”. Il nazismo stava prendendo piede in Europa, e organizzare i giochi a Berlino, secondo il Führer, avrebbe dato visibilità alla potenza della razza tedesca, non solo in termini organizzativi, ma anche in risultati sportivi (gli atleti tedeschi furono preparati fisicamente nella Foresta Nera per mesi). Nonostante i tentativi di boicottaggio, le sfarzose Olimpiadi di Berlino furono un successo. La Germania riuscì a vincere 89 medaglie (33 d’oro), molte delle quali derivanti da discipline “nuove” poco praticate nel resto del mondo, ma allenate alla perfezione negli atleti tedeschi.

Non fu lo strapotere fisico della Germania a fare notizia, ma un ragazzo afroamericano di 23 anni che vinse nelle discipline più importanti delle Olimpiadi quattro medaglie d’oro (salto in lungo, 100 m, 200 m e la staffetta 4×100 m). Owens incantò tutti, ma non Hitler, che preferì abbandonare l’Olympiastadion piuttosto che vedere un atleta di colore sul podio. Qualche anno dopo Jesse, nella sua biografia, disse che ci fu uno scambio di sguardi con il cancelliere tedesco, e quest’ultimo lo salutò con la mano.

… e vissero tutti felici e contenti. Siamo sicuri?

Dopo Berlino, il presidente americano Roosevelt, impegnato in quel periodo in campagna elettorale per la rielezione, annullò un incontro con l’atleta, per non perdere i voti degli stati del sud, e non gli telefonò mai per congratularsi. Negli anni della segregazione, i neri erano costretti a salire dalla porta posteriore del bus, avevano bagni dedicati a loro, erano trattati come animali, non ebbe un trattamento diverso Jesse, che venne squalificato a vita dalla federazione di atletica americana per aver rifiutato l’invito a partecipare ad un meeting straordinario, organizzato per rientrare economicamente delle spese sostenute per partecipare alle Olimpiadi.  Per vivere Jesse lavorò come inserviente ad una pompa di benzina e per “arrotondare” dovette partecipare a gare ad handicap, lasciando 10/20 iarde di vantaggio agli avversari, oppure affrontare sfide contro cavalli, come se fosse un animale da circo. Solamente nel 1976 venne premiato con la medaglia presidenziale della libertà dal presidente Ford. Quattro anni dopo morì a causa di un cancro ai polmoni, dovuto alla sua dipendenza per il fumo (un pacchetto di sigarette al giorno per 35 anni).

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