“Che stress!!” Ma sappiamo veramente cos’è?

In questo articolo affronteremo lo spinoso tema della gestione dello stress. Ormai quotidianamente si parla di stress, non soltanto in ambito sportivo ma anche  lavorativo o scolastico e l’espressione “che stress” è diventata di uso comune. Ma siamo sicuri di conoscerne il vero significato?

Lo stress è definito da Seyle come una risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso. Quindi, prendendo alla lettera questa definizione, lo stress può essere ritrovato in ogni singola azione o pensiero del corpo/mente. Lo stress non è per forza un qualcosa di negativo, tutt’altro, spinge le persone a muoversi, a migliorarsi sempre di più.

Si possono individuare due tipologie di stress: lo stress positivo e quello negativo. Lo stress positivo, detto eustress, è quello che spinge l’individuo ad agire e produrre, mentre lo stress negativo, detto distress, è ciò che provoca dei sentimenti e delle emozioni negative nelle persone e che può provocare conseguenze sia fisiche sia mentali.

Quindi è bene sfatare subito un mito: è una cosa positiva provare un po’ di stress prima di una gara o prima di un appuntamento di lavoro importante, perché permette al nostro corpo/mente di attivarsi in maniera ottimale. Il problema è quando lo stress si trasforma in quell’ansia che blocca le persone.

Il modello IZOF (zona individuale di funzionamento ottimale) di Hanin spiega perfettamente questo funzionamento in relazione alla performance. Esiste una zona di funzionamento ottimale nella quale il livello di stress è “abbastanza ma non troppo” per permettere una performance positiva. Se questo livello di stress è troppo basso ci sarà un vissuto di calma eccessiva, mentre un livello troppo alto porterà a reazioni psicofisiologiche inadeguate. Naturalmente, entrambi questi estremi provocano una performance inferiore agli standard.

Cosa succede, perciò, quando un atleta ha un livello troppo elevato di stress? Fin’ora abbiamo appositamente parlato di corpo/mente perché questa distinzione è solo convenzionale e arbitraria.La mente, infatti, può sfogare il suo disagio nel corpo e spesso succede che atleti piccoli o grandi prima di una gara, o peggio durante, stiano talmente male da vomitare. Purtroppo questo fenomeno è molto diffuso e, per approfondirlo, potete  rileggere l’articolo su Messi del 23 Luglio 2014.

Ma allora come ci dobbiamo comportare di fronte a una bambina o un bambino che vomita durante una gara?

Ci sono diverse cose che si possono fare. Innanzitutto bisogna accertarsi che il vomito non sia causato da qualcosa che si ingerisce prima della gara, ma sia veramente dovuto all’ansia eccessiva.

Non si deve assolutamente far finta di niente o minimizzare la situazione, specialmente quando il bambino/a lo vive come un problema, seguito da un forte senso di disagio e di vergogna.

Dopodiché, ad esempio con una ginnasta che vomita sempre a un certo punto della competizione, si può provare a spingerla a vomitare prima della gara o subito dopo, passando in questo modo dal vomito durante una competizione al vomito dopo una gara. Così facendo, si chiede di raggiungere degli obiettivi passo dopo passo, in modo da allontanare il più possibile l’azione del vomitare dalla performance.

Ovviamente se il manifestarsi del comportamento persiste bisogna riuscire ad individuarne la causa e chiedere aiuto a un esperto… e poi (a volte purtroppo capita!)  magari al bambino/a in questione non piace fare quello sport!!

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