Parlare con efficacia alla squadra è decisivo per la riuscita di qualsiasi progetto sportivo. Il compito dell’allenatore è trasmettere le proprie competenze ai giocatori e per farlo nel modo migliore la comunicazione è uno strumento importante, oserei dire fondamentale. Le capacità di un coach sono spesso messe alla prova, soprattutto nei differenti momenti di confronto: occhi negli occhi con il proprio gruppo squadra. Uno dei momenti più delicati è il discorso con lo spogliatoio che prepara e precede una gara. In quanto allenatori, dobbiamo essere in grado di gestire la tensione della squadra, essere consci che il livello di tensione è molto alto ed il pericolo che questo stato psicologico ed emotivo oltrepassi il limite di equilibrio, mutandosi in ansia, è dietro l’angolo. Se il giocatore è rilassato, la sua mente è sicuramente più elastica e flessibile. Bisogna lasciare che i giocatori entrino nello stato di attivazione più consono alla prestazione. Nei momenti che precedono l’impegno agonistico è necessario che si comunichi poco: chiare e semplici indicazioni, niente più del necessario. In quel momento, la mente dei giocatori è più disposta ad irrigidirsi, proprio come accade ai muscoli; perdendo flessibilità necessaria si rischia di non analizzare e comprendere i concetti, con l’unico risultato che l’attenzione si focalizzi su idee isolate, forse addirittura nemmeno quelle centrali.

In tre anni da coach ho imparato che il modo migliore per riuscire a trasmettere ciò che voglio comunicare, è adattarmi allo stato d’animo delle mie giocatrici. Credo sia essenziale entrare in sintonia emotiva con loro. Se la squadra è spenta, preoccupata, mostra segnali d’ansia, perché impaurita, non ha senso entrare in campo fischiettando allegramente o mostrando un’iperattività che risulterebbe unicamente fuori luogo. È opportuno, invece, entrare in sintonia, abbassandomi dunque e successivamente alzando il livello di autostima generale, infondendo loro la fiducia di cui hanno bisogno. Più la squadra sente il proprio allenatore vicino, più sarà disposta ad accogliere pensieri ed indicazioni; nel caso in cui si manifestasse un’eccessiva tensione, l’allenatore dovrebbe saperne leggere i segnali ed evitare l’errore più grande: alimentare l’ipertensione, l’agitazione e l’ansia. Come? Si può essere fermi e tranquilli trasmettendo sicurezza nelle parole, ma soprattutto nei gesti. Il primo impatto nella comunicazione è corporeo, non contenutistico; in uno sport come la pallavolo dove il coach è a pochi metri dalla linea di campo, l’attenzione deve essere ancora maggiore. Nelle giovanili, mostrare agitazione e trasmettere eccessiva tensione alla squadra aumenta il rischio che venga chiamato in causa un altro ruolo: quello del genitore. Spesso i palazzetti che ospitano i campi da pallavolo hanno il campo in mezzo, da un lato la panchina della squadra con l’allenatore e dall’altro la tribuna dei genitori. Mostrare rabbia quando la partita non va bene, porta i giocatori più piccoli ad allontanarsi dalla linea più vicina al coach per prestare più attenzione alla linea che demarca la fine del campo oltre la quale ci sono i genitori, che per quanto possano essere sportivi e volenterosi dispensatori di consigli, dovrebbero dedicarsi solamente al tifo.

Alzare i toni, ci può stare? Alzare la voce in maniera aggressiva non è mai positivo però può avere senso in qualche caso, come per esempio se si pensa che sia giusto provare a dare lo scossone, ma deve essere sempre un gesto gestito e gestibile. Non deve infatti essere il frutto della perdita di autocontrollo. Il coach deve dare l’impressione di avere la situazione in mano, solo così potrà infondere fiducia nei propri giocatori. Qualora sia lui il primo a non sapersi gestire, eccedendo nella tensione, perdendo i punti di riferimento e la capacità di autocontrollo e dell’intera squadra, trasmetterà una reazione a catena che avrà un effetto dannoso. Fare attenzione alla nostra comunicazione e alla nostra gestualità, aldilà del risultato sul campo, è un’ottima strada per insegnare i principi della pallavolo, ma anche dello sport in generale. Serve affinché i nostri ragazzi riescano a costruire la capacità di capire come e quando impostare l’azione, come e quando gestire la propria mente ed emotività. Ecco perché nel settore giovanile bisognerebbe insegnare la cultura vincente da un lato, ma anche impostare un obiettivo di crescita.

Non c’è un segreto vero e proprio per gestire bene un gruppo, sicuramente non può mancare la passione, prima ancora di parlare di tecnica e di tattica dobbiamo amare quello che facciamo. Motiviamo dunque i nostri giocatori, il motivatore è colui che motiva, ma le motivazioni dipendono dal volere fortemente qualcosa, e quindi da noi, dalle nostre ambizioni ed alle nostre aspettative. E anche dei sogni, perché no? Ogni giocatrice può provare a farli avverare.

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