Come si diventa ciò che si è.

Novak Djokovic (civonline.it)
Novak Djokovic (civonline.it)

In una conferenza del 1946 Jean-Paul Sartre traccia le linee teoriche fondamentali del movimento filosofico definito “esistenzialismo”. Al di lá di tutte le implicazioni filosofiche c’è un aspetto importante che riguarda quello di cui ci stiamo occupando in questi anni su Mentesport.
Nello specifico Sartre parla del fatto che non è possibile giudicare una persona se non a partire dalle sue azioni. Una frase del tipo: “se avesse avuto più costanza quel tale scrittore avrebbe potuto scrivere grandi romanzi” non ha senso perchè, di fatto, quel tale scrittore quei grandi romanzi non gli ha scritti. Non è stato in grado di scriverli e quindi deve essere giudicato per ciò che ha fatto. E basta.
Gli esempi a riguardo sono numerosi e ognuno può crearsene uno proprio. Il punto in questione è che le potenzialità inespresse non hanno valore. Una persona è esclusivamente quello che ha fatto, detto o scritto durante la propria vita.

Questa considerazione ci rimanda nel mondo dello sport, mondo in cui affermazioni di questo tipo si sprecano. “Se avesse la testa quel calciatore avrebbe potuto diventare un fenomeno” (Balotelli?)
Noi affermiamo con forza che questa frase non può essere vera! Non è diventato un fenomeno perchè non ha avuto la testa. Capacità e mentalità si fondono insieme. Un atleta è un tutt’uno. E soprattutto la mentalità risulta maggiormente decisiva rispetto alle capacità.
È un difetto della nostra visione delle cose credere che questi due aspetti siano distinti. Dobbiamo sciogliere anche questo impaccio e capire veramente che al centro di tutto, come sempre, sta la testa.
Si gioca sempre tutto lì.
Sicuramente però, le doti innate servono e aiutano. Ma lasciate a se stesse avvizziscono e muoiono lentamente. Devono essere continuamente supportate dalla mente.

È il caso di Novak Djokovic. Come molti altri sportivi dotato di qualità superiori alla media, che però non sono state abbandonate. Non si diventa numero 1 al mondo per caso, e il successo di Novak è tutt’altro che lasciato al caso.  E’ stato costruito con costanza, determinazione.
In effetti gli inizi di Nole furono difficili, non era ancora considerato un campione perchè ancora la mente vagava qua e lá e non aveva ancora creato quel connubio perfetto con il corpo, che poi è il grande piccolo segreto per diventare campioni.

“All’inizio della mia carriera ero considerato un ribelle, qualcuno che si inserisce nella mischia e comincia a sfidare i due ragazzi che erano così dominanti”.”Chi è questo ragazzo che proviene dalla Serbia, paese piccolo, arriva dal nulla e inizia a dire di poter battere i migliori ragazzi e diventare numero uno?’. Ovviamente, capivo la reazione della gente, ma sentivo che l’unico modo per uscirne era dimostrare che meritavo di essere lì”.

Queste le parole di Djokovic in un intervista durante gli US Open. Afferma che fondamentale per la sua crescita è stata la rivalità con gli altri grandi del tennis, Nadal e Federer. Già questo è sintomo di una diversa maturità: sapere di essere bravi ma riconoscere che qualcuno lo è più di te, e quindi voler raggiungere quel livello, quel tipo di atteggiamento, quel tipo di mentalità e forza mentale.

“Io sono diventato un giocatore migliore grazie a Nadal e Federer. Grazie a loro sono chi sono oggi. Ma ho dovuto guadagnarmelo, e devo ancora farlo.” 

Secondo Nole, loro “sono campioni dentro e fuori dal campo. Ma ciò mi motiva ancor di più per andare avanti”.
Ci riallacciamo così al discorso fatto all’inizio. Le proprie fortune (sportive in questo caso) uno se le costruisce da sé. E sempre e solo con la supervisione della mente.

La frase “Campioni si nasce, non si diventa’ non appartiene a Djokovic, che segue uno stile di vita regolare (dieta, esercizi, yoga e meditazione) in modo da non avere cali fisici.
Ecco un altro aspetto importante: la cura per il proprio corpo. Ciò che facciamo con il nostro corpo ha dei riflessi immediati nella nostra testa, e viceversa. Una dieta sana, allenamento costante, voglia di migliorarsi, non pensare mai di “essere arrivati alla meta” perchè ogni passo che facciamo in avanti ci sposta il traguardo mezzo metro più in lá.

Quando si è fatto notare dal grande pubblico nel 2006, era considerato un giocatore talentuoso ma scorretto, conosciuto meno per l’aspetto tennistico e più per chiamare il “medical time out” con l’intenzione di togliere ritmo ai suoi avversari. All’inizio ‘The Djoker’ era poco serio, imitava gli altri giocatori quali Sharapova e Nadal e aveva passaggi a vuoto importanti.
L’ingrediente più importante per il suo successo a sua detta, e anche secondo noi, è l’atteggiamento. “Mi piace avere uno spirito creativo tutto il tempo. Puoi progredire o regredire, puoi salire o scendere. Tutto si muove, la gente, il nostro pianeta, perciò o tieni il passo o rimani dove sei. Ma se rimani dove sei, in realtà regredisci”.

La mancanza di qualsiasi debolezza visibile può forse essere la sua più grande forza. Djokovic vince sfiancando gli avversari mettendoli con le spalle al muro, e una mentalità forte può essere importante per un giocatore. Durante l’intervista, cita la meditazione come chiave. Un approccio del genere porta dei risultati straordinari, è solo di settimana scorsa il nostro articolo su Manuel Quinziato, che cita lo Zen. Il buddhismo si è rivelato fondamentale anche per il numero 1 del tennis mondiale che afferma che con la meditazione (nello zen si chiama za-zen) ha compiuto un salto qualitativo globale.
“Il mio particolare lavoro a livello mentale non rappresenta qualcosa per scaricare i problemi di tutti i giorni”, afferma. “Non si fa meditazione con l’intenzione di fuggire da questi problemi bensì per avere un idea, e ciò non riguarda solo gli atleti ma tutti. Credo fermamente nell’immaginazione. Credo ci sia una legge di attrazione: fai cose che pensi. La vita funziona in questo modo”.
“Le lezioni di tennis e di vita sono diventati un tutt’uno”, scrive Djokovic nel suo libro. Vita e tennis, quindi. È tutto un’unica cosa. Nole è un tennista ogni minuto di ogni ora di tutti i giorni. Non solo quando è sul campo. Questa forse è la vera chiave per il successo. Ma, bisogna ripeterlo ancora una volta, il vero centro della questione risiede proprio lì, fra gli occhi e l’attaccatura dei capelli. Se non ci assiste, se non siamo in grado di farle prendere le redini, siamo perduti.

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