Comunicare non è un optional!

E’ probabile che alcuni di voi credano che la capacità di comunicare e motivare possa derivare da doti innate, roba per pochi eletti che oggi sono di diritto iscritti nell’albo dei grandi dello sport. Ebbene sfatiamo un mito: tale capacità non dipende da doti innate, è il risultato di un lavoro che parte da lontano. Non ci sono incantesimi o pozioni magiche, ma innanzitutto consapevolezza negli obiettivi che si vuole raggiungere con la propria squadra e nella strategia adatta per poter trasferire questi obiettivi al proprio gruppo. Le favole sportive che stiamo avendo il piacere di vivere in questo periodo a maggior ragione non sono né un caso né un miracolo, ma frutto di un lavoro che si è concretizzato soprattutto grazie alla presenza di figure in grado di porsi come un vero e proprio punto di riferimento.

A Leicester Sir Claudio Ranieri è considerato il principale fautore della straordinaria cavalcata di una piccola cittadina delle Midlands Orientali ora prima in Premier League, che solo una stagione prima rischiò di retrocedere. Questo signore, a sua volta poco considerato da tifosi e opinione pubblica per i suoi risultati non proprio altisonanti, davanti ad un gruppo di ragazzi tra cui alcuni che giocavano fino a qualche anno fa in campionati amatoriali o altri che erano semplicemente gli scarti degli scarti, si presentò il primo giorno con queste parole: ”Vi ho visto. So quello che potete dare. So anche quello che hanno detto di voi ma noi gli dimostremo che si sbagliano”. Poche semplici parole da cui è nato un rapporto straordinario, un gioco fisico e fatto di fulminee ripartenze, calato perfettamente in funzione delle caratteristiche dei giocatori; quei giocatori di cui Ranieri riuscì a guadagnarsi la loro fiducia e che capirono di avere davanti un uomo che credeva fortemente in loro.

L’altra favola sportiva che abbiamo avuto il piacere di vivere è quella della squadra femminile di Pallavolo a Casalmaggiore, un comune di 15 mila abitanti in provincia di Cremona che ha appena vinto la Champions League. Squadra capitanata dalla fuoriclasse Francesca Piccinini, e guidata da Massimo Barbolini, un maestro che crede fortemente nella forza della squadra e del gruppo;  fautore di una vittoria dipesa da una squadra in grado di sapere sempre ed in maniera indipendente che cosa fare in campo; una guida con una mentalità fortemente proiettata al duro lavoro, al vivere lo sport come una passione (“E’ la tranquillità di chi si allena e lavora con costanza e serietà. Il segreto è che in palestra ci divertiamo, riusciamo a sorridere e fare la cose giuste con facilità”) ed al calarsi sempre e comunque nel “qui e ora” (Il martedì dopo l’impresa ho parlato alla squadra soprattutto dei futuri impegni per la corsa scudetto).

A proposito del “Qui e ora”, a nessuno è venuto in mente Phil Jackson?  L’allenatore più vincente della storia del NBA che ha basato la sua filosofia sportiva e di vita sullo Zen è riuscito ad infondere le sue regole legate all’importanza della squadra ed al già sopracitato “Qui e ora” (I miei giocatori si devono calare nel ruolo dei giocatori per tutta la partita, non solo per un po’, giocando ed incoraggiando da squadra e non considerando le provocazioni di tifosi e avversari), grazie ad una strategia che mirava innanzitutto a far comprendere ai leader di grande personalità (prima Jordan e poi Kobe) l’importanza di un gioco di squadra anche nei secondi finali di una partita invece di attuare solo ed unicamente soluzioni personali:

“Iniziò a costruirsi il consenso parlando spesso con Jordan delle potenzialità dei suoi compagni all’interno del sistema, con Pippen e Paxson, che poi diventeranno maestri dell’organizzazione offensiva, con BJ Armstrong ed Horace Grant, due giovani di talento ma non sempre disposti a sacrificarsi per il bene comune. Infine completò l’opera scambiando un anarchico Charles Oakley con Bill Cartwright, vero e proprio leader (insieme ad MJ) dello spogliatoio di quei Bulls. Dopo aver lavorato sul consenso, il passo successivo era dare pieni poteri alla squadra, lasciarla libera di reagire e risolvere situazioni complesse in campo. Questo voleva anche dire lasciare loro la libertà di sbagliare.”

Un altro esempio che stiamo vivendo è quello del Cholismo, il modello di Diego Pablo Simeone raccontato in un precedente articolo, la cui attuazione si basa proprio su una comunicazione personalizzata allo scopo di infondere una filosofia fatta di duro lavoro ed obiettivi a brevissimo termine.

Non si può concludere senza citare un personaggio a noi ed al nostro pubblico molto noto: Julio Velasco. Il suo modo di allenare era fortemente improntato sulla mentalità vincente dentro e fuori dal campo, e questo articolo di qualche tempo fa ne dimostra alcuni passaggi fondamentali.

Parlando appunto di favole quindi, qual è la morale? Questi esempi illustri hanno avuto lo scopo di raccontare come la capacità di comunicare motivando sia decisiva, ma non rilegata a quei pochi eletti di cui parlavo prima. Raggiungere una consapevolezza ed un livello simile di efficacia è possibile per tutti coloro che vogliono porsi questo obiettivo come punto di lavoro! 

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