Bennet Omalu – Concussion. Quali sono i reali effetti del football americano?

Concussion racconta la vera storia del Dottor Bennet Omalu, colui che scoprì la CTE (o ECT, a seconda della traduzione), la Encefalopatia Cronica Traumatica, dando via uno dei più grandi scandali dello sport a stelle e strisce.
Concussion è il titolo del film ma è anche il termine chiave della storia che il film racconta: significa trauma, o colpo, o meglio ancora: commozione cerebrale.

La vicenda entra nel vivo 14 anni fa, nell’autunno del 2002. Omalu, interpretato da Will Smith nel film, è un medico forense che vive e lavora Pittsburgh.
Una mattina in ospedale arriva il cadavere di quello che è considerato uno dei migliori centrali di sempre della storia del football americano: Mike Webster.
Webster è per lo sport americano una vera leggenda, capace negli anni ’70 di portare a casa con gli Steelers 4 Super Bowl e 9 partecipazioni al Pro Bowl.
A qualche anno dal suo ritiro però accadde qualcosa a Webster, cominciò a soffrire di demenza, amnesia e depressione.
Morì di arresto cardiaco, a soli 50 anni, senza soldi né casa, nel camion nel quale si era ridotto a vivere, finestrino rotto e rattoppato da un sacco della spazzatura.

Dato questo quadro così fortemente problematico Omalu si aspettava di trovare nell’autopsia qualcosa che spiegasse tutto questo. All’epoca dei fatti quel genere di sintomi spesso venivano ricondotti a quella che viene conosciuta come “sindrome da demenza pugilistica”, ma il cervello di Webster non presentava né evidenti contusioni (come nei pugili) né atrofie (come per i casi di Alzheimer).
Insomma Webster era morto, impazzito, senza nulla che lo potesse spiegare.
Fu detto ad Omalu di non cercare altro, la causa del decesso era l’infarto e questo doveva bastare a lui, ai media, e al mondo.
Ma non era così che Omalu era abituato a lavorare, il film lo racconta molto bene; era uomo rigoroso ed un medico preciso: non aveva trovato nulla che potesse spiegare la pazzia di Webster e questo per lui equivaleva ad un insuccesso.
A sue spese sottopose il cervello di Webster ad una autopsia, ed ebbe decisamente ragione: si trattava di una malattia vera e propria. Webster si era ammalato di qualcosa e gli aveva provocato l’infarto. Questo qualcosa è la CTE.

Ma dove cercare le cause? Come nei pugili, le cause dovevano essere legate ai numerosi e ripetuti colpi dalla testa; e un giocatore di football, dai college al professionismo, di questi colpi ne riceve molti e spesso (come nel caso di Webster) troppi.
Per esempio, l’università della North Carolina, ha scoperto che, durante un’intera stagione, un giocatore della North Carolina ha subito 537 colpi alla testa, 22 dei quali molto forti e 2, tra questi casi, seguiti da commozioni cerebrali. Questo è il football americano tradotto in dati: 22 volte all’anno contro un muro a 30 all’ora.

Da quella scoperta in poi la carriera di Omalu fu tutta in salita. Perché la sua scoperta era di quelle che avrebbero potuto sconvolgere il mondo del football e la NFL, la National Football League (un’industria da circa 9 miliardi di dollari all’ anno).
Ma per essere una scoperta veramente significativa in primo luogo occorrevano altri casi da accostare a quello di Webster, casi che dimostrassero che fosse effettivamente colpa del football.
Casi che non tardarono ad arrivare perché a distanza di un paio d’anni morirono almeno altri 20 ex giocatori: Omalu aveva (purtroppo per gli atleti) i dati di cui aveva bisogno per denunciare la NFL.
Insomma, la morte di Webster permise ad Omalu scoperchiare il vaso di Pandora, tutti i casi successivi diedero dignità scientifica alla scoperta. Fu uno shock per tutto il mondo del football.

Tutto ciò ebbe forti ripercussioni anche sulla carriera di Omalu stesso. All’inizio fu praticamente ostracizzato; calunniato dalla NFL, screditato dai medici al soldo della federazione e accusato di calunnie infondate (nonostante dati scientifici alla mano). Di fatto annunciava al mondo che lo sport più popolare d’america era mortale. Non solo pericoloso, ma stava gridando a tutti che di football americano si poteva morire e, in realtà, già qualcuno era morto.
Nessuno della lega però ne era all’oscuro, ma in ballo c’erano troppi interessi, troppi sponsor, troppi soldi: le iscrizioni dei bambini, quelle dei ragazzi dei college, le pubblicità, il SuperBowl. Un gigantesco sistema poteva essere bloccato. Sarebbe stata la fine del football. Gli stessi medici della federazione sapevano dei rischi ma non parlarono mai: era troppo fondamentale che la macchina continuasse a girare.
Intanto gli atleti si ammalavano e morivano. Omalu aprì gli occhi di tutti.

Perchè ciò che aveva scoperto era troppo importante per essere insabbiato, la gente scoprì la verità e iniziò a chiedere risposte concrete e serie alla federazione.
Non potendo più fare finta di nulla i grandi della NFL dovettero mettersi al lavoro per rendere il football uno sport sicuro, in primo luogo avvisando gli atleti dei rischi.
Perché è qui che si gioca la vera partita. Questa è stata la vera battaglia di Omalu: non eliminare il football ma far sì che gli atleti ne conoscessero i reali rischi.
Dopotutto ci sono molti sport estremi, e tanti trovano soddisfazione nel mettere a repentaglio la propria vita, al di la del fatto che tale scelta sia condivisibile o meno; a ben vedere lo stesso motociclismo o l’automobilismo sono sport pericolosi: ma nessuno dei piloti viene costretto o ne è all’oscuro. Semplicemente, si tratta di avere gli strumenti necessari per una scelta consapevole.
Allora il film, e la battaglia di Omalu, non denunciano il football come sport pericoloso, sebbene lo sia, denunciano la mancanza di informazione circa le sue conseguenze sul lungo periodo.
Un atleta che sceglie di fare del football la propria vita e il proprio lavoro deve sapere che di football si potrebbe morire.
Il regista del film, intervistato, esprime precisamente questo concetto: “non ho alcuna posizione sulla necessità o meno che la gente debba giocare a football o se i loro figli debbano giocare a football. Per me questa è una storia sul fare scelte da adulti una volta che si hanno le informazioni e le informazioni sono state occultate per lungo tempo, sono state sepolte e coperte da persone che non volevano danneggiare lo sport, le informazioni ora sono là fuori e spero che questo film metta insieme le informazioni in un modo che il pubblico riesca a metabolizzare così da poter fare delle scelte.”

L’unico vero artefice di questa colossale presa di coscienza è stato Bennet Omalu, e ogni mamma d’America deve ringraziarlo.

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