Conflittualità dentro e fuori dal campo

La parola conflitto riprende il latino conflictus che a sua volta deriva dal verbo confligere: indica cioè un combattimento o un contrasto. Generalmente oggi potremmo dire che indica uno scontro tra individui, popoli, culture, in ambito sportivo: squadre. È la presenza di motivazioni contrastanti rispetto alla meta, è uno scontro tra ciò che una persona desidera e qualcosa di interiore che impedisce la soddisfazione di tale desiderio.

Il conflitto è in stretto legame con la frustrazione, nello sport è sempre circoscritto da regole precise che trasformano la lotta in competizione e si configura come una metafora della società. L’irritazione e l’aggressività insorgono nell’atleta quando il proprio bisogno non viene soddisfatto. Non potendo dirigere la rabbia verso ciò che l’ha realmente provocata, l’atleta ha una reazione sbagliata nei confronti di persone o cose che in realtà non c’entrano assolutamente. Fra i bisogni fondamentali classificherei: quello di valere qualcosa, di potere qualcosa, di essere accettato ed il senso di appartenenza. Il desiderio di essere il più grande, il più bravo almeno per una volta è il classico movente di scontri aggressivi, che purtroppo si trasferiscono anche fuori dai campi di gioco. Si tratta dunque di offrire agli atleti la possibilità di soddisfare i propri bisogni ed affermare i proprio legittimi interessi.

Spesso i conflitti nascono da innocui malintesi e da poca disponibilità a comunicare, proprio per questo risolverli comporta molte energie. Vivere senza conflitti non è possibile, perciò si deve imparare a superarli con ragione e correttezza. Le tensioni non devono degenerare in litigi o ancora peggio in lotte di potere, ma possono essere occasioni di chiarimento e miglioramento. Una soluzione del conflitto presuppone che bambini, adolescenti e, perché no, anche adulti, imparino a rispettarsi a vicenda e a manifestare ed affermare i propri legittimi interessi senza nuocere a se stessi o agli altri; per risolvere un conflitto è bene avere un approccio collaborativo, lavorare insieme per risolvere il problema.

Nella maggior parte delle relazioni utilizziamo, anche inconsapevolmente, il metodo vinci-perdi, che inevitabilmente comporta che qualcuno vinca e qualcun altro perda, questo legittima “il vincente” ad imporre una soluzione che gli consenta di averla vinta e soddisfare i suoi bisogni, solo i suoi. Il rischio di questo metodo è distruggere le relazioni, creare un clima di vendetta che nuoce all’intera squadra e agli individui fuori dal campo. Bisogna dunque trovare un metodo che trasformi i conflitti in cooperazione, un metodo in cui non ci siano perdenti, con il quale si possa trovare ed arrivare ad un punto comune. Dunque per evitare che la conflittualità venga trasportata anche fuori dal campo è necessario rilevare e riconoscere le divergenze, costruire una cultura di comunicazione aperta all’interno di ogni società sportiva. Per risolvere al meglio le divergenze si può chiedere ad una persona neutrale di affrontare il conflitto per le parti, che dia ai litiganti la possibilità esporre ciascuno per sé il proprio punto di vista e già, in parte, sfogarsi.

Affrontare i malintesi è un passo importante per eliminare aspetti poco chiari e giungere ad un compromesso, si cercano proposte risolutive, si discutono e perfezionano ed infine si delinea una soluzione che metta tutti d’accordo, di modo che ognuno si impegni a farla propria e realizzarla.

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