Cosa significa aiutare i propri figli a crescere?

Un interessante articolo scritto sul Corriere della Sera da Francesco Piccolo racconta di come, durante il test d’ammissione alla facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma, la quasi totalità dei ragazzi fosse accompagnata da uno o entrambi i genitori. Il giornalista sottolineava inoltre il fatto che, in tutti gli altri Paesi, i bambini vanno da soli a scuola e come questo sia uno dei tanti modi per “farli diventare indipendenti, per dar loro responsabilità e coscienza di essere degli individui”. La frase che più ci ha colpito di tutto l’articolo, e dalla quale vogliamo partire in questo post, faceva più o meno così: “Essere genitori, per loro, significa fare da scudo e dire al rettore: uccidi me e lascia vivere lui”.

Ecco!, partiamo da qui! Cosa significa dire “prendete me!” ? Tendiamo a vederlo come un atto di eroismo, l’estremo gesto di sacrificio per la salvaguardia del bene dei propri figli…ma è davvero così? Noi crediamo proprio di no! Salvaguardare e volere il bene dei propri figli non significa sostituirsi a loro nella vita ma significa crescerli come persone responsabili e consapevoli di ciò che accade intorno a loro. Scottarsi fa parte della vita, e se non permettiamo a nostri figli di scoprirlo da piccoli, quando le “scottature” non sono ancora tanto pericolose, rischiamo fortemente che lo scoprano ormai troppo tardi, incapaci di affrontare la situazione, reagire e riprendersi! Spesso sentiamo dire dai genitori con cui lavoriamo “Io faccio così perché alla sua età ho ricevuto una grossa delusione e ci sono stato male per mesi…non voglio che succeda così anche a lui/lei!”.

Ecco, per quanto si creda di fare il bene dei propri figli, non c’è comportamento peggiore. I vostri figli non hanno bisogno di un sostituto, un surrogato che viva la vita al posto loro finché “non saranno pronti”, NO! I vostri figli hanno bisogno di fare esperienza della vita, di crescere, cadendo e rialzandosi molte volte, piangendo e ridendo per avere pianto, soffrendo e poi gioendo. Prendendo in prestito e parafrasando un concetto caro ad un  grande psicologo sovietico, Lev Vygotskij, i genitori hanno il compito di essere scaffolder per i propri figli, di essere cioè un supporto, l’impalcatura pronta a sorreggerli nei momenti di difficoltà, ma con un solo grande obiettivo: l’indipendenza di chi si sorregge. Bisogna infatti sempre ricordarsi che c’è un’enorme differenza tra l’aiutare ed il sostituirsi. Se ad esempio noi, di fronte ad un atleta che chiede il nostro aiuto per un’eccessiva dose di ansia pre-gara, lo accompagnassimo ad ogni gara coccolandolo e rassicurandolo fino al momento dell’ingresso in campo, non faremmo bene il nostro lavoro poiché questo atleta, il giorno in cui smetteremo di seguirlo, sarà incapace di affrontare la situazione e non sarà cambiato niente!

Dovremmo infatti aiutarlo a trovare gli “strumenti“ adatti per far fronte alla situazione, in modo tale che, dopo un periodo di supporto, lui sia in grado di affrontarla in maniera completamente indipendente. Infatti, tornando a concentrarci sulla figura genitoriale, solo attraverso la ricerca di una totale indipendenza ed una piena responsabilità delle proprie azioni è possibile sostenere di volere davvero il bene dei propri figli.

Con questo, e qui concludiamo, vogliamo semplicemente far riflettere come spesso accada che, convinti di agire per il bene dei propri figli, si rischi di permettere a loro di ottenere sono un falso benessere, momentaneo ed incapace di durare nel tempo. La soluzione, senz’altro difficile da realizzare, consiste nell’essere sempre presenti come continuo supporto, lasciando però che i propri figli facciamo esperienza di indipendenza e di responsabilità, senza le quali non potranno mai crescere veramente.

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