Nel marzo di sei anni fa, nella sezione “Sport” di Repubblica online è stato pubblicato un interessante articolo che denuncia la violenza “gratuita” di alcuni giocatori di football americano nei confronti degli avversari. Il football americano è sicuramente uno sport dove l’elemento dominante è rappresentato dal contatto fisico: placcaggi, botte, spintoni, blocchi. Basta una breve ricerca su internet o su Youtube per comprendere con quanta forza i giocatori vengono atterrati e fermati.
Gran parte del gioco è caratterizzata da scontri di questo tipo, unicamente volti ad impedire agli avversari di procedere sul terreno di gioco. In particolare, è il ruolo del quarterback ad essere quello più a rischio, il quarterback è quel giocatore che, palla ovale tra le mani, ha il compito di lanciare negli spazi aperti i propri compagni, alla ricerca della meta.

Proprio a causa delle caratteristiche del ruolo, il quarterback è il “nemico pubblico numero 1”, sportivamente parlando; l’uomo più pericoloso, quello da tenere maggiormente sotto controllo.
Con qualsiasi mezzo, in qualsiasi modo.
In una versione a stelle e strisce, e decisamente violenta, del celebre motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”, lo scandalo che ha sconvolto qualche anno fa il mondo della Nfl (la National Football League, la lega professionistica più importante del football americano) riguarda l’esistenza di enormi premi in denaro per chi fosse stato in grado di causare gravi danni fisici ai quarterback avversari.
Non si tratta più di fermare “regolarmente” gli avversari ma impedire loro di poter continuare a giocare.
La parola d’ordine: abbattere. Renderli incapace di alzarsi, spedirli all’ospedale.

I giocatori coinvolti nel cosiddetto “Bounty-program” ricevevano soldi in cambio di ossa rotte e di gravi commozioni cerebrali. Violenza allo stato puro, a pagamento. Il bersaglio non era solo il quarterback, ma chiunque giocatore potesse rappresentare un pericolo per la propria squadra. Il principale attore dello scandalo è stato Gregg Williams, che nel 2009 era l’allenatore della difesa della squadra di New Orleans.
Il suo metodo d’allenamento però era abbastanza singolare: istigava i propri giocatori alla ricerca del ko. Più facevano male agli avversari, più soldi ricevevano. I New Orleans avevano organizzato anche una cassa comune, dalla quale attingere in caso di buona riuscita degli attacchi in campo: 1000 dollari se il quarterback fosse uscito in barella, 1500 se i runninback o il wide receiver non fossero stati in grado di tornare in campo.
Taglie e ricompense insomma.

L’intera vicenda si inserisce però in un filone decisamente più ampio e più vecchio di anni, destinato a cambiare la storia della Nfl dal suo interno.
Che il football americano sia uno sport violento dove il rischio di fratture e commozioni cerebrali sia all’ordine del giorno è sempre stato sotto gli occhi di tutti, addetti ai lavori e non. Fa parte della natura del gioco, come il rischio elevato di incidenti nella MotoGp e nella Formula 1. A partire dai primi anni del nuovo millennio però, grazie alla caparbietà di alcuni medici e neuropatologi, il mondo dello sport made in USA ha scoperto che il suo gioco preferito non solo è pericoloso, ma anche mortale.

Per comprendere meglio bisogna compiere un salto indietro di qualche anno.
Pittsburgh, autunno del 2002.
Il medico forense Bennet Omalu deve esaminare il cadavere di una delle leggende del football americano, Mike Webster, morto all’età di 50 anni.
Il quadro clinico di Webster era particolarmente drammatico, qualche anno dopo il suo ritiro aveva cominciato a soffrire di demenza, forti attacchi depressivi e amnesie; aveva abbandonato la famiglia, senza soldi e senza casa era morto di arresto cardiaco nei sedili posteriori del suo pick-up.
Se l’infarto era la causa della morte, Omalu non trova nulla che possa spiegare la pazzia e le amnesie. Qualcosa non torna.
Decide di approfondire le analisi, pagando di tasca propria le spese per analizzare il cervello di Webster e scopre in questo modo che l’ex giocatore era stato colpito da una malattia neurodegenerativa al cervello che aveva portato il cervello di un 50enne a somigliare né più né meno a quello di un 90enne: buchi e lesioni ovunque, un film dell’orrore.
La condizione patologica di questa malattia è stata causata dall’accumularsi, nel corso del tempo, di concussioni cerebrali.
Tradotto in altri termini: il cervello di Webster aveva subito lesioni gravi, irreparabili, a causa di tutti i traumi alla testa riportati durante tutti i suoi anni di football.
Per esempio, secondo una ricerca dell’Università della North Carolina durante una stagione di football un giocatore ha subito 537 colpi alla testa, 22 dei quali molto forti e 2, tra questi, seguiti da commozioni cerebrali.
Utilizzando un’immagine forse più efficace: il giocatore dello studio è andato per 22 volte contro un muro a 30 km orari. Solamente in una stagione.

Questa malattia, scoperta in Webster e che manifesta sintomi come aggressitvità, alterazioni della personalità, amnesia, tremori, atassia, venne ribattezzata CTE (Encefalopatia traumatica cronica).
Ben presto Omalu scoprì che la stessa malattia aveva condizionato la vita e la morte di altri ex giocatori. Inizia così la sua battaglia contro la Nfl, colpevole, secondo Omalu, di esser stata a conoscenza delle ripercussioni sui propri giocatori ma di aver sempre taciuto i rischi, mettendo così a repentaglio la vita dei giocatori professionisti per evitare che lo spettacolo dello sport più popolare d’America perdesse di visibilità, di talenti e, sopratutto, di soldi.
Dalla scoperta della CTE nel football si è messo in moto un meccanismo inarrestabile, seppur estremamente lento, volto a mostrare come sempre più giocatori professionisti di football americano sono soggetti a questa malattia e di come, sistematicamente, medici e dirigenti della Nfl negassero l’evidenza scientifica. È come se Omalu avesse scoperchiato il vaso di Pandora, gli occhi di molti si aprirono e, negli ultimi anni, anche quelli della Nfl stessa.

Ma procediamo con ordine.
Uno dei casi più significativi, dopo la vicenda di Omalu, soprattutto per l’enorme eco mediatica del protagonista, è stato quello di Brett Favre, stella indiscussa del football americano.
Giocò la sua ultima partita il 2 dicembre del 2010, nella quale, tra le altre cose, subì una forte commozione cerebrale a causa di un sack del defensive end dei Chicago Bears Corey Wotton. Nel gennaio successivo annunciò il suo ritiro dal football professionistico: aveva 42 anni.
Terminò la carriera con il singolare record di placcaggi subiti, 525: dettaglio di non trascurabile importanza. Un paio d’anni dopo il suo ritiro in una commovente intervista affermò di essere vittima di sempre più frequenti vuoti di memoria; “non riesco più a ricordare dell’infanzia di mia figlia”, rivelò; cercava gli occhiali per casa senza accorgersi di averli addosso: “avevo una buona memoria e per la prima volta in 44 anni ho paura”.
Sono i chiari, inequivocabili primi sintomi della CTE.
Il suo cervello, visto con la tac, è tale e quale a quello di un 85enne. Una condizione clinica spaventosa. Quello stesso giocatore che in carriera curava le proprie commozioni cerebrali con qualche battuta e borse del ghiaccio premute sulla testa, adesso è terrorizzato da ciò che lo aspetta, dal suo futuro e da quello della sua famiglia.
Iniziò anche Favre, sulla scia di Omalu e di tanti altri ex giocatori, la propria battaglia contro l’esagerata violenza subita dai giocatori di football, soprattutto per chi ricopre i ruoli offensivi che sono, di fatto, veri e propri bersagli mobili da mandare ko.
Più del caso di Mike Webster, la vicenda personale e sportiva di Favre ha probabilmente fatto sì che molti all’interno della Nfl si accorgessero che la situazione stava diventando insostenibile; un altro immortale della Hall of Fame, l’ex quarterback Steve Young, rivelò nello stesso periodo del caso Favre, le stesse paure e la stessa fragilità: in un’intervista, in seguito a tutti i traumi subiti giocando affermò, drammaticamente, di essere “preoccupato per i miei fratelli”.

Da Omalu in poi, tanti aderirono alla causa, i casi di CTE aumentarono, gli studi si fecero più approfonditi e più ampi.
La Nfl intanto si trovava in una delicatissima situazione.
Da una parte, essendo una colossale macchina di dollari, non poteva rischiare di perdere visibilità e giocatori; ma dall’altra, in campo etico, aveva l’imperativo morale di condurre campagne di sensibilizzazione sugli effettivi rischi che il football americano comporta.
Oltre allo scandalo “violenza-gratuita”, quello che Omalu ed altri dopo di lui, Favre compreso, chiedevano a gran voce era una maggiore informazione. Per anni, per decenni forse, nessun giocatore di football era stato a conoscenza dei rischi per la propria salute, nessuno mai aveva correlato traumi cerebrali alla pazzia e alle amnesie.
Quando il cadavere di Mike Webster arrivò davanti agli occhi di Bennet Omalu, quel giorno fu lo spartiacque della storia della Nfl.
Dopo Omalu, le persone e gli atleti, i ragazzi dei college e i professionisti iniziarono a comprendere davvero la posta in gioco. Ma la Nfl non ha mai parlato apertamente della correlazione tra CTE e football, nessuna dichiarazione ufficiale, solo qualche caso di ben mascherato risarcimento, come il miliardo di dollari assegnato ad ex giocatori per le cure mediche, siamo nel 2013.

Intanto però, il mondo Nfl continuava a far trapelare smentite e affermazioni oscure sulla CTE, durante il SuperBowl del 2015 il professor Mitch Berger, neurochirurgo che guida un gruppo di ricerca della Nfl aveva affermato: “Non esistono certesse che ci sia una connessione tra la CTE e il football”; parole enigmatiche che si sposano con le dichiarazioni del commissioner della Lega, Roger Goodell: “Non avrei problemi a far giocare mio figlio a football”.
Parole che testimoniano la grave impasse in cui versava, e versa tutt’ora, la National Football League: proteggere la salute dei giocatori senza affermare apertamente i gravi danni possibili ai quali si può andare incontro giocando a football.
Con la testa più inclinata verso la parte della bilancia con i dollari quella presa di coscienza definitiva sul problema CTE tarda ad arrivare, intanto le ricerche e il lavoro dei medici prosegue, si collezionano nuovi casi ed infine, appena un paio d’anni fa, arrivano i primi segnali di svolta.

Marzo 2016, la dottoressa Ann McKee, che stava conducendo uno studio per la Boston University, giunge nuovamente alle stesse conclusioni di Omalu, riportate da un articolo della Gazzetta dello Sport in cui si leggono le dichiarazioni della McKee: “Sono inequivocabilmente sicura che ci sia un relazione fra giocare a football e Cte. Abbiamo trovato Cte in 90 dei 94 cervelli di ex giocatori di football esaminati, in 45 su 55 di ex giocatori di college e in 26 su 65 di giocatori di liceo”.
14 anni dopo gli studi di Omalu, una nuova scioccante conferma dello stato di cose del football. Dopo lo studio della Mckee la Nfl non riuscì più a mantenere il silenzio, la connessione era diventata così evidente, le prove così inconfutabili da rendere impossibile continuare a negare.

A distanza di qualche giorno dalla pubblicazione dei risultati della Boston University, Jeff Miller, vice-presidente Nfl del dipartimento salute e sicurezza, per la prima volta afferma ufficialmente l’esistenza di una connessione tra football americano e CTE.

Infine la verità.
In perfetto stile americano, dopo anni di smentite e risarcimenti nascosti finalmente le prime parole ufficiali della Nfl. È la definitiva vittoria di Omalu e di Ann McKee, di Brett Favre e di Steve Young e di tutti gli ex giocatori che chiedevano a gran voce giustizia e sicurezza.
Ora si tratta di aspettare e capire se e come l’America riuscirà a trasformare il suo gioco preferito in uno sport più sicuro, con indicazioni chiare e inequivocabili sui rischi.
Perché se la natura violenta del football americano comporta il rischio di contrarre la CTE, gli atleti professionisti ma soprattutto i ragazzi dei college devono esserne a conoscenza, devono poter scegliere se mettere a repentaglio la propria salute.
Non si tratta di abolire il football, come nessuno chiede di abolire la MotoGp.
Ma se scelgo di correre nel MotoMondiale sono a conoscenza del fatto che se cado e vengo travolto da una moto a 300 all’ora il rischio è quello di morire: so che è uno sport pericoloso e scelgo di farlo.
Consapevolezza e libera scelta. Per anni la Nfl ha impedito che i propri atleti esercitassero queste due facoltà mentali, mentendo sui rischi, mettendo la vita delle persone a rischio senza che i giocatori ne fossero a conoscenza.
Forse, finalmente, le cose saranno destinate a cambiare.

 

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