Discorsi e battute. Come parlare alla squadra?

Herb Brooks (cbssports.com)
Herb Brooks (cbssports.com)

Il ruolo dell’allenatore è spesso sottovalutato. Soprattutto nel calcio.
Le squadre composte da campioni sono, per l’opinione comune, facili da allenare. Chi non ha mai sentito o pronunciato: “va bè ma lo allenerei anche io il Barcellona”? Nell’immaginario collettivo l’allenatore deve semplicemente schierare i giocatori titolari, fare gli opportuni cambi e guidare la squadra.
Ma ovviamente c’è molto di più.
Sì perchè un allenatore in primo luogo si relaziona con la squadra, o meglio, con i suoi componenti.
Gli allenatori vivono la squadra, quotidianamente. Questo implica che si debbano rapportare con persone che sono per forza di cose diverse fra di loro: i 24 giocatori della prima squadra dell’Inter hanno, con ogni probabilità, 24 personalità diverse. Ognuno ha il proprio carattere. Trattare la squadra come se fosse sempre e solo un tutto-omogeneo è impossibile, non renderebbe giustizia al concetto stesso di squadra. Bisogna sapere cosa dire a chi e come.

Che cosa dire quindi? Che tipo di approccio adottare? A chi si può chiedere il sacrificio in più? La risposta non può essere univoca. Dipende da molti fattori.
Un bravo allenatore è tatticamente preparato e sa leggere benissimo le partite; ma se sa anche toccare le corde giuste al momento giusto, se sa come interagire con i suoi giocatori e accenderli.

Se sa ottenere da loro più di quanto essi siano capaci di fare allora è un ottimo allenatore (parleremo anche di questo al nostro Open Day dedicato agli allenatori!). Si è sempre definito Mourinho come carismatico, come un allenatore che si fa quasi adorare dai suoi giocatori. Basti vedere l’abbraccio con Materazzi dopo lo storico triplete. Mou è uno di quegli allenatori che sceglie un approccio diretto. Entra in contatto con ogni suo calciatore e riesce a installare con lui un rapporto che spesso esula dal contesto lavorativo. È un legame molto più saldo. Altri preferiscono un rapporto più distante.
Insomma ad ognuno il suo metodo purchè porti dei risultati, purchè la macchina funzioni. Già perchè il gioco è tutto qui, l’allenatore è l’olio degli ingranaggi della squadra. È fondamentale e le permette di muoversi, se manca l’olio o se ne viene messo in dosi sbagliate, gli ingranaggi arrancano.

Ma un altro problema è quello di preparare i propri giocatori al meglio prima di una partita. Quali parole bisogna usare? Si dice che Ancelotti sia estremamente rilassato prima delle partite, che preferisca scherzare per sciogliere la tensione.
Allenatori più pignoli preferiscono ripassare tattiche e situazioni di gioco. È chiaro che però le parole dell’allenatore sono fondamentali. Ogni giocatore è sicuramente motivato già da solo: chi mai vorrebbe giocare per perdere? Ma la automotivazione da sola non basta.
In un bellissimo film, “The miracle” Herb Brooks, l’allenatore della squadra di hockey degli USA dice queste parole, prima della partita contro la squadra russa alla finale delle olimpiadi di Lake Placid nel 1980.
“I grandi momenti … derivano da grandi opportunità. E questo è quello che avrete stasera ragazzi.
Questo è quello che avete meritato. Una partita.
Se ne giocassimo 10 loro ne vincerebbero 9, ma non questa partita. Non stasera.”

Ma poi ci posso essere approcci differenti. Si può preparare la partita in settimana e poi semplicemente aspettare con i propri giocatori l’inizio della gara, semplicemente. Tutti sanno che bisogna provare a vincere, che senso ha ripeterlo? Allora sciogliamo la tensione!
In Ogni maledetta domenica, più che il disorso storico di Al pacino c’è una scena fondamentale, che rispecchia proprio questo aspetto.
Prima della finale il coach, Tony D’Amato guarda il suo quarterback e gli dice: “c’è una cosa che muoio dalla voglia di chiederti da un sacco di tempo. La sera che sei venuto a mangiare da me..ti è piaciuta o no la jambalaya?”.

Ecco un modo geniale per sciogliere la tensione. È una domanda provocatoria, messa lì a caso ma serve! Distoglie il cervello, rilassa la mente. Tutti sanno che bisogna scendere in campo per vincere: bisogna vedere chi è più pronto a farlo.

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