“Va bene, adesso fai te, tanto tra qualche anno dovrai corrermi dietro per il suo contratto”.
2013: Mino Raiola ad Adriano Galliani, in occasione del passaggio di Donnarumma al Milan.

 

Predestinato.
Nel vocabolario italiano la definizione di questo termine è: “destinato a qualcosa”, o, ancora meglio, “chi è destinato a un fine particolare, importante”.
Nel variopinto mondo del calcio la parola “predestinato” è stata accostata spesso a giovani grandi talenti che emergevano di anno in anno dalle categorie giovanili.
Quando un 
ragazzino gracilino, nativo di Rosario in Argentina, esordì nella Liga spagnola indossando la 30 blaugrana il mondo del calcio capì che in quel momento veniva scritta una nuova immensa pagina; ma non solo Leo Messi è un predestinato, tutti i grandi sono nati piccoli e grandi lo sono diventati nel tempo: sacrificio e determinazione, queste le chiavi del successo.
Prima di Messi ce ne sono stati tanti
così come ce ne saranno molti ancora, citarne qualcuno significherebbe fare un torno ad altri, così cito semplicemente il più grande di tutti.
Prima di lui ce ne fu un altro, che a 10 anni confessò di avere solamente due sogni: giocare un mondiale e vincerlo.
Ma Maradona esula da qualsiasi tipo di discorso intorno al gioco del calcio, ci sono i giocatori normali, quelli scarsi e quelli forti. Fra quelli forti ci sono i fuoriclasse e i campioni, poi le leggende.
Poi Maradona.
Predestinato, forse il predestinato con la P maiuscola.

Nel calcio di casa nostra questo termine è stato usato veramente molto spesso, molto di più che in altri paesi e le previsioni non sono sempre state azzeccate.
Andate indietro con la memoria fino alla doppietta con la quale il calcio italiano conobbe Mario Balotelli, esuberanza fisica e tecnica: Mario era il predestinato che l’Italia stava aspettando.
A 18 anni sembrava già un giocatore fatto e finito: pronto per una carriera di glorie e gol.
Le cose andarono molto diversamente, Balotelli non seppe reggere al nuovo stato di cose, si sentì arrivato e decise che non gli sarebbe servito imparare più nulla.
Ora, a 27 anni, Balotelli è ai margini del calcio che conta, ingabbiato da se stesso e dalla sua incapacità di mettersi in discussione.

Ma nella stagione 2014/2015 il calcio italiano ebbe un nuovo sussulto.
Milan – Cesena. Inzaghi doveva far fronte all’emergenza portieri in quanto il titolare Diego Lopez era squalificato e Agazzi k.o. per un infortunio: il titolare quella giornata sarebbe stato Abbiati e necessariamente servivano altri due portieri da convocare.
Inzaghi li scelse dalla primavera.
Uno dei due aveva 15 anni e 11 mesi, e potè andare in panchina solo grazie ad una deroga della Federcalcio.
L’anno prima, quando Inzaghi allenava la primavera, il portierino di Castellamare di Stabia giocava addirittura nei Giovanissimi: un altro mondo fatto di tempi da 35’ minuti e squadre di Lega Pro nel girone.
Il giovanissimo stabiese però non è uno che passa inosservato: a 10 anni era alto 1.90 cm, 30-40 in più dei suoi coetanei, tanto che sistematicamente i dirigenti delle squadre avversarie sospettavano un imbroglio; invece era tutto vero, era precoce nel fisico, di un altro pianeta rispetto al talento.
La stagione successiva fu immediatamente aggregato in prima squadra, non c’era più Inzaghi ma Mihajilovic, disputò un ottimo precampionato parando un rigore a Toni Kroos (non uno qualunque) e il 25 ottobre esordì come titolare (Milan-Sassuolo 2-1) fra i pali dei rossoneri diventano il secondo più giovane portiere a esordire nella massima divisione italiana.
Fu Mihajilovic a lanciarlo, dopo una serie di pessime prestazioni di Diego Lopez.
Ora, quel ragazzino di Castellamare di Stabia è il cardine intorno al quale ruota il nuovo progetto del Milan, fatto di giovani e sogni.

Gianluigi Donnarumma è il Predestinato del calcio italiano.
Tifosissimo del Milan, fin da sempre. Quando i settori giovanili si accorsero di lui, lui aveva già scelto.
Passò al Milan nel 2013, per una cifra intorno ai 250mila euro. Oggi il suo valore è leggermente più alto, Gigione è, come si suol dire, presente e futuro del nostro calcio: ha tutte le carte per eguagliare e superare una leggenda vivente come Buffon.
Predestinati sì, ma poi bisogna che le testa e le prestazioni lo confermino.
Quanti giocatori, quanti sportivi hanno sprecato il talento innato non coltivandolo; il mondo del calcio è pieno di esempi del genere, Balotelli è il caso eclatante, ma prima di lui sempre nella Milano nerazzurra c’è stato Adriano, probabilmente il più amaro rimpianto dei tifosi interisti, giusto per citarne due abbastanza recenti.

Quello che Donnarumma rappresenta oggi invece è, oltre che una promessa calcistica eccezionale, un prezioso insegnamento.
Ha esordito a 16 anni e due anni dopo è ancora titolare del Milan.
Due anni, specie agli esordi, sono un’infinità di tempo. Scuffet (altro baby-prodigio) aveva esordito e con la stessa luce abbagliante con la quale era apparso è tornato nel dimenticatoio.
Donnarumma ha esordito e la sua luce sta ravvivandosi di partita in partita.
Le doti tecniche non si discutono, aiutato da una stazza sensazionale gioca con la stessa semplicità con la quale giocano i più grandi.
Titubante esclusivamente con la palla fra i piedi, sembra che le cose intorno a lui non lo turbino.
A 18 anni non si può essere perfetti, quindi bisogna concedergli di sbagliare qualche uscita o qualche parata.
Ma la straordinaria caratteristica di Donnarumma è che nessun errore riesce a buttarlo giù moralmente; è perfettamente in grado di subire un gol sotto le gambe sul suo palo e nelle azioni successive volare 4 volte all’incrocio a togliere la palla dal sette.
E’ questo che fa di Donnarumma un vero fenomeno, perché indubbiamente è un fenomeno.
A 18 anni ha ancora almeno 20 anni di carriera, al netto di infortuni gravi, in cui dimostrare che quell’aggettivo “predestinato” non gli è stato appiccicato addosso dai media o da procuratori troppo ingordi.
Ci sono cose che però fanno ben sperare, perché non si rimane 2 anni consecutivi titolari del Milan (con tre allenatori diversi) senza aver dimostrato di essere ben più che alti e capaci.
Donnarumma è già maturo, qualche mese fa lo è diventato anche per lo Stato Italiano, ma lui è l’esempio perfetto di quanto il talento non può sussistere da solo, perchè collasserebbe e crollerebbe.
Accanto al talento nel 99 rossonero ci sono le determinazione e la volontà di dimostrare ogni volta che Inzaghi aveva visto bene quando lo convocò per quel Milan-Cesena, ha la passione per allenarsi e migliorarsi continuamente perché è perfettamente consapevole che senza abnegazione e sforzo è un attimo perdere se stessi e rovinare una carriera.
Ciò che fa ben sperare è che sia progressivamente migliorato come portiere, da grande talento è gradualmente passato ad essere una sicurezza, attirando l’attenzione del CT Ventura ed esordendo in Nazionale nel settembre 2016; dati e numeri che stanno a significare una cosa sola: Gigione sta andando nella direzione giusta.

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