Gli Aztechi mangiavano il cuore delle vittime sacrificali al fine di poterne assimilare la forza e il coraggio.

Per gareggiare nella lotta, gli atleti greci e romani si ungevano il corpo con olio convinti di rendere le membra più elastiche, ma anche per rendere più difficoltosa la presa all’avversario. Per non cadere nella medesima trappola, si cospargevano le mani di sabbia in modo da mantenere la presa senza scivolare.

Paride invoca Apollo perché diriga la freccia che colpirà Achille nel tallone, l’unico suo punto debole.

Già questi brevi cenni derivanti dalla tradizione, suggeriscono come sia connaturata nell’uomo la ricerca di espedienti per ricavare vantaggio sugli avversari.

L’etimo del doping deriva dal verbo inglese “to dope”, che significa “somministrare stimolanti” e dal sostantivo “dope”: “sostanza stimolante”. L’introduzione di questo termine in ambito sportivo risale alla fine dell’Ottocento, quando con questa parola si indicava una particolare miscela, l'”oop”, a base di oppio, tabacco e altri narcotici che venivano dati ai cavalli da corsa in America. Per una regolamentazione giuridica, sarebbe necessario partire da una definizione completa di doping, però attualmente non ce n’è una che sia universalmente accettata e soddisfacente. Sono improprie le definizioni: “stimolanti non di impiego comune che aumentano il rendimento”: nelle Ande, ad esempio, la Coca è di impiego comune, ma non per questo la si può considerare lecita. “Sostanze non biologiche di qualunque tipo, o anche fisiologiche, assunte per via normale o artificiale da individui sani al solo scopo di aumentare il proprio vantaggio in una competizione artificialmente e fraudolentemente”, quasi quasi, mi viene da dire, si vieta l’aria. Una definizione più accettabile considera “doping” l’utilizzo di qualsiasi intervento esogeno (farmacologico, endocrinologico, ematologico, ecc) o manipolazione clinica che, in assenza di precise indicazioni terapeutiche, sia finalizzato al miglioramento delle prestazioni, al di fuori degli adattamenti indotti dall’allenamento.

Lo scorso Settembre un gruppo di hacker russi ha diffuso due liste di atleti che negli ultimi anni hanno assunto sostanze dopanti proibite dalle regole, condonate per ragioni mediche. È bastato sottrarli al database di Adams, cioè un sistema di gestione dati della Wada, l’agenzia mondiale antidoping. In poche parole tra la Wada e gli atleti ci sarebbe stato un accordo per l’assunzione di tali sostanze. I casi non sono pochi: è successo con Chris Froome, atleta che ha vinto gli ultimi Tour de France. Nei documenti relativi al ciclista, si legge di alcune esenzioni ottenute per assumere farmaci contro l’allergia al polline e un anti-infiammatorio assunto due volte: nel 2013 e nel 2014. Entrambe le volte, però, l’esenzione era nota. Ma gli hacker insistono: le esenzioni sono permessi per doparsi, e accusano così la Wada di essere un’organizzazione corrotta e disonesta. L’ultima lista comprende i ciclisti Chris Froome e Bradley Wiggins, la pesista americana Michelle Carter, medaglia d’oro ai Giochi di Rio. Nella prima lista figurano nomi importantissimi e più che noti, quello di Serena e Venus Williams, oltre alla ginnasta più forte del mondo: lo scoiattolo americano Simone Biles. In tutto la lista conta 10 atleti americani, 5 tedeschi, 5 britannici e poi 5 da Danimarca, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Russia.

La Wada è la stessa agenzia che pochi mesi prima ha raccomandato al Cio (Comitato Olimpico internazionale) di squalificare la Russia dopo la notizia del “doping di Stato”, un programma serrato per gli atleti in vista delle Olimpiadi invernali del 2014. Alle accuse hanno risposto direttamente gli atleti, Froome ha affermato: Ho parlato apertamente con i media delle mie esenzioni e non ho nessun problema con la recente pubblicazione di questi documenti, documenti che confermano le mie dichiarazioni. In nove anni di carriera professionistica ho richiesto due esenzioni per via di un peggioramento dell’asma, l’ultima volta nel 2014.

Ma la faglia resta aperta e tutti questi dubbi lasciano interrogativi e una buona dose di amaro in bocca. In merito alla vicenda si può solo commentare che senza il fair play lo sport non esiste. Questa affermazione dovrebbe invitare tutti a riflettere e ad agire in un’ottica di sport vero, pulito, veicolo di cultura e valori e non solo di risultati, di agonismo malato e di doping.

Il Fair play è un modo di vivere, il cittadino pensa di possedere cultura sportiva perché si reca allo stadio, legge i giornali sportivi oppure perché discute di sport al bar con gli amici. Questa non è cultura, è tifo. La cultura sportiva è l’insieme di esperienze motorie, sportive e delle sensazioni elaborate da un persona con l’esperienza.

A scuola il “buon esempio” deve arrivare dai professori, da loro dipende la formazione degli alunni e quindi ognuno ha il dovere di essere un buon esempio di condotta, di scelte, di pensiero e, perché no, di Fair Play. L’insegnante deve essere un modello tra i tanti modelli: in ambito educativo, sociale, motorio e sportivo, un ideale per loro, una meta da raggiungere. Nella Società Sportiva, il buon esempio deve arrivare dai dirigenti, dagli istruttori e dagli allenatori, essi non devono curare solo i talenti, ma si devono occupare di tutti gli atleti con dedizione, pazienza ed educazione. Devono insegnare il comportamento sul campo nei confronti degli avversari, dell’arbitro e del pubblico, devono far capire che si può anche perdere… e non è sempre colpa dell’arbitro! Il carattere, la personalità e il Fair Play dei giovani atleti si formano con il passare del tempo attraverso gli esempi e i modelli giusti da imitare. Il Fair Play dunque non deriva da un atto singolo, ma da un comportamento di vita, non è mai un bene acquisito per sempre, non nasce da teorie filosofiche acquisite in un ambiente chiuso, ma dall’incontro, dal dialogo e dalla sana competizione.

Ed infine: Quali sono i criteri che permettono di riconoscere il Fair Play? Il Fair Play deve nascere da sé e il valore si rivela considerando il suo contrario: l’atto sleale. Di certo il doping non è l’unico flagello dello sport attuale, ma forse il più grave, diventato negli ultimi anni sinonimo di disumanità all’interno delle varie competizioni. Sappiamo che i divieti non bastano, occorre per questo una buona dose di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, una certa vigilanza crescente negli ambienti sportivi e, non da ultimo, la reazione degli sportivi stessi.

Condividi!Share on Facebook14Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *