Eccesso di motivazione e over-training: i rischi nello sport

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Sempre più promosso e conosciuto come metodo salutare, sia in termini di prevenzione sia di intervento per ridurre problemi fisici e psicologici, lo sport può divenire una terribile e dannosa ossessione per la salute stessa.

Quando si parla di dipendenza dallo sport, ci si riferisce ad una condizione in cui non è sempre presente un abuso in termini quantitativi, ma nella quale esistono dei sintomi simili a quelli presenti in altre tipologie di dipendenze. La dipendenza dallo sport è stata presentata nei termini della cosiddetta over-training syndrome, ossia come quella condizione di squilibrio che proviene da sforzi intensi e troppo ravvicinati (studio condotto dall’University of Southern Denmark). La mania dello sport è una tendenza comportamentale di eccesso che porta ad uno squilibrio nel rapporto con l’attività; essa può evolvere in un abuso protratto della pratica sportiva e generare una forma di sovrallenamento che richiede per il recupero un riposo di più di una settimana. Tale sintomo non necessariamente comporta over-training, perché non è sempre la costanza nella pratica a coincidere con un’attività estenuante, e soprattutto si connota per alcune caratteristiche psicologiche distintive. La frequenza di allenamento non rappresenta un metro preciso in quanto non fornisce alcun dato sulle importanti differenze motivazionali, attitudinali ed emozionali.

Sono state definite tre categorie di persone che si rapportano in modo erroneo allo sport: i primi sono i sani nevrotici, cioè coloro che traggono un miglioramento positivo dalla pratica sportiva, che è accompagnata da un senso di realizzazione. Al secondo posto ci sono gli sportivi compulsivi, per loro l’attività fisica è un modo come un altro per sostenere una routine costante, che dia loro un senso di controllo e superiorità mentale. Infine ci sono i dipendenti dallo sport, nei quali l’attività ha una funzione regolatrice dell’umore, dominatrice crescente dell’intera vita. È solo in quest’ultima condizione che, secondo gli studiosi, si può parlare di dipendenza sportiva primaria, se ritenuta indipendente da altre patologie, oppure secondaria qualora sia associata a sintomi di sottostanti disturbi alimentari.

Molti studi hanno cercato di stabilire quali meccanismi neurobiologici sono implicati nella trasformazione dello sport in una medicina che può aiutare a superare disagi psicologici come l’ansia o la depressione, ma che può anche diventare una droga in grado di produrre piacere, così come veri e propri sintomi di astinenza fisica. Ciò che pare limpido è la grande capacità dello sport di attivare la disponibilità della dopamina e delle cosiddette beta-endorfine, cioè sostanze chimiche del cervello dall’effetto simile agli oppiacei, come la morfina. L’ipotesi conseguente è che lo sport può attivare la dipendenza in virtù della sua capacità di sostenere l’alta disponibilità di queste sostanze di cui il cervello coglie l’assenza proprio attraverso i sintomi dell’astinenza.

Alla luce di questa descrizione, è importante comprendere che esistono componenti psicologiche che tendono ad alimentare questo tipo di problematica. Conseguentemente, interrompere la pratica sportiva non rappresenta la guarigione dal problema, bisogna cercare ed analizzare le cause psicologiche sottostanti. Contro la quantità, bisogna apportare delle modifiche qualitative, mirare innanzitutto a restituire il giusto posto al corpo, ritrovare il proprio ritmo e le potenzialità dell’organismo attraverso il recupero del significato più puro dello sport: quello di permettere la positiva espressione del più profondo e autentico sé, anche attraverso la propria immagine esteriore.

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