Eric Cantona si racconta

Eric Cantona (mirror.uk)
Eric Cantona (mirror.uk)

Ogni tanto nella storia dello sport spuntano fuori quei personaggi che non ti aspetti.
Persone che si fanno ricordare per qualcos’altro rispetto alle loro prestazioni sportive. Eric Cantona è uno di questi personaggi.
Calcisticamente si parla di un ottimo giocatore. Grande tecnica, un pre-Zidane. Tuttavia è ricordato non solo per le sue gesta nel rettangolo verde.
Ricordiamo bene tutti l’attacco killer ad un tifoso nella partita contro il Crystal Palace, che gli costò una squalifica di 9 mesi e una condanna di 120 ore a lavori socialmente utili. Ma fu solo l’ultimo di una lunga serie, compagni picchiati nello spogliatoio, pallonate all’arbitro, aggressione ad un ct in diretta. Insomma, un classico bravo ragazzo.

Recentemente su Repubblica è uscita una sua intervista in cui parla di sè, del calciatore che fu e della nuova vita senza calcio. Fu uno dei giocatori più importanti del leggendario Manchester United degli anni novanta, un talento davvero indiscutibile: quello che probabilmente lo penalizzò fu il carattere. Dopo aver segnato 27 gol in due anni con l’Auxerre, tra il 1986 e il 1988, fu comprato dal Marsiglia, di cui era tifoso. Pochi mesi dopo, strappò la maglietta della squadra e la gettò via durante un’amichevole. Per esempio.
La stagione successiva, a causa di alcuni contrasti con l’allenatore fu venduto al Nîmes, con il quale durante una partita nel dicembre del 1991 lanciò la palla verso il pubblico e tirò la propria maglietta all’arbitro. Due mesi di squalifica.
Fu al Manchester United che sbocciò definitivamente. Nelle prime due stagioni al Manchester United segnò 34 gol, aiutando la squadra a vincere per due volte di seguito la Premier League. Da ex promessa non mantenuta, Cantona divenne rapidamente uno dei giocatori più forti in Europa: nel corso della stagione 1993-1994 segnò 25 gol e arrivò terzo nella classifica del Pallone d’Oro, dietro al vincitore Roberto Baggio e a Dennis Bergkamp.

Cantona è stato uno di quei calciatori che visse il suo ritiro con malinconia. “Io ho lasciato nel ’97. Non ho guardato più partite, ho staccato, messo distanza. Ho solo sbirciato un po’ il mio Manchester United e il Barcellona. Mi sono disintossicato, ho dovuto”. “E sì, mi sono anche depresso. È inevitabile. Ti manca un modo di esprimerti. Il tuo modo, fino a quando non ne trovi un altro”.
Cantona un nuovo modo l’ha trovato, si è reinventato attore. 28 fra film e documentari. “Sì, ma ho studiato, mi sono messo in discussione”.
La nuova vita sembra avergli donato serenità, un nuovo modo per guardare il mondo e ripensare a ciò che Cantona fu per il calcio. Una cosa è certa, non si è mai pentito per quel gesto al tifoso: “io sono stato anche quel gesto, non lo sconfesso.” Ed effettivamente ha ragione. Nessuno è mai completamente perfetto e buono, o assolutamente malvagio o crudele.
Noi siamo l’insieme delle nostre esperienze, e in ognuno di noi c’è sia luce sia oscurità. Cantona non fa eccezione.
“Non voglio essere ridotto a francobollo. Non c’è un Cantona cattivo e uno buono. C’è un Cantona che ha attraversato la vita, che ha fatto esperienza”.

Nell’intervista, Cantona analizza la situazione calcistica attuale e soprattutto lo “scomodo” (ma scomodo per chi poi?!) problema delle nazionali miste. “Mi piacciono le contaminazioni, le radici diverse. Nel 2010 ho sentito parlare di Spagna mondiale. Ma va là, l’ha vinto la Catalogna, l’ossatura della nazionale era quella. L’anno scorso si parlò di Germania, vero, ma con dentro turchi e polacchi, ghanesi, albanesi, tunisini. Adoro questo frullato, perché non lascia indietro nessuno”.
Insomma, le sue parole ci aiutano a dire che ormai dobbiamo fare i conti con il fatto che il calcio si è così globalizzato che non possiamo pensare di avere nazionali “pure”. Parlando del fatto che alcuni giocatori della nazionale francese venivano fischiati “rei” di non essere veramente francesi dice: “Il padre di Zidane è venuto in un barcone a lavorare in fabbrica dall’Algeria per mandare i soldi a casa, per sopravvivere. Siamo tutti francesi, con radici diverse, ma dover dimostrare il nostro attaccamento alla patria è mostruoso. In campo si vince e si perde insieme, non per le origini. È la strumentalizzazione politica, sono le fobie, l’uso della paura dell’altro che avvelena la nostra società.”
Non si può negare che non abbia colto nel segno.

Non propone soluzioni, non va oltre quella che è a tutti gli effetti una “fenomenologia dello straniero” nel calcio. Forse l’unico modo per evitare di parlare di un non-problema, perchè questo è un non-problema. è lasciar cadere vecchi preconcetti e tradizioni. In definitiva, anche in questo caso, serve un cambio di mentalità.
Staremo a vedere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *