Ernest Gulbis. Fra promesse infrante e talenti sprecati.

Ernest Gulbis (telegraph.uk)
Ernest Gulbis (telegraph.uk)

Si è conclusa da poco l’esperienza (per quest’anno) della rubrica “Pista allo Zen”.
Il senso era stato quello di mostrare come una particolare predispozione mentale possa aiutare a superare gli ostacoli che lo sport ci mette davanti.
La storia sportiva di Ernest Gulbis potrebbe senza problemi appartenere a questa rubrica.

Nel tennis, come nella maggior parte degli sport singoli, il fattore mentale risulta essere decisivo. Spesso molto più della tecnica del giocatore. Dove non arriviamo con il fisico, ci arriviamo con la mente. Senza che un fattore escluda l’altro: mente e corpo trovano maggior vigore l’uno nell’altro. Ecco, per quanto riguarda l’aspetto mentale Gulbis non è stato mai particolarmente ferrato, poco sacrificio, poca concentrazione, allenamenti leggeri. È il classico talento, molto bravo tecnicamente, sufficientemente folle e con la vocazione da tennista di uno che sembra che l’abbia scelta per hobby.
Ma se il talento non lo si coltiva, si finisce presto nella grande massa di tutti quelli che “se-avessero-avuto-la-testa-sarebbero-i-migliori”. Balotelli docet.

Tuttavia, nel 2014 Gulbis sembrava di aver abbandonato l’etichetta di “talento” per sbocciare definitivamente come tennista completo. Accadde a Maggio, vince l’Atp 250 di Nizza liberandosi facilmente di Federico Delbonis con un 6/1, 7/6.
Poi l’exploit: Roland Garros, un servizio velocissimo, un rovescio a due mani devastante, schianta Federer. Semifinale raggiunta e ingresso nei top 10 del ranking mondiale. Insomma c’erano tutti i presupposti per la grande esplosione.
Così tuttavia non è stato. Quello che sarebbe dovuto essere l’anno della conferma (il 2015) è stato l’anno del tracollo.
Gulbis non ne imbrocca più una. La mente ha abbandonato il corpo, convinto di essere definitivamente uno dei grandi forse ha mollato il colpo in allenamento. Ha semplicemente pensato di avercela fatta, il risultato è che arrivano solo risultati negativi. L’eliminazione a Wimbledon nel primo turno è la conferma di questo.

Come sempre, si sprecano le parole degli esperti su quelle che potrebbero essere le cause. Molti hanno parlato di un dritto non adeguato, di seconda categoria, non adatto ai campi veloci. Ma dei 6 titoli di Gulbis 5 sono stati vinti su cemento, che è una superficie ultraveloce. Ma allora cosa è successo?
Altri hanno avanzato l’ipotesi che a causare il tracollo è stato l’abbandono da parte del suo coach storico, Gunther Bresnik, che gli ha preferito il più giovane Dominic Thiem.
Oppure potrebbe essere stata la superba prestazione al Roland Garros, che, come si dice in questi casi, lo ha fatto sedere sugli allori.
È sempre un peccato per gli amanti dello sport vedere un ragazzo con così tante capacità buttarsi via.

Ma poi, perché bisogna sempre dire di quel determinato atleta che “potrebbe fare” ma non si impegna, che “sarebbe un grande” ma non ha testa. Un campione è un campione sia nella tecnica che nella testa. Non ha senso elogiare qualcuno per quello che potrebbe fare se volesse. Noi siamo quello che facciamo, non dimentichiamolo, non quello che potremmo fare se ne avessimo voglia.
Toccherà a Gulbis, in questo caso, dimostrare di essere più che solo occasionale talento.
Ma è tutto nelle sue mani.
Come sempre è, per ognuno di noi.

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