Essere allenatori: difficoltà e soddisfazioni

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Uno degli obiettivi e speranze fondamentali per fare l’allenatore è, ovviamente, il ricevere delle soddisfazioni.
Queste prendono forme differenti: passiamo da un titolo, ad una partita vinta, ad una piccola giocatrice emersa, un riconoscimento per un buon lavoro fino ad arrivare alla completa maturazione della stessa squadra. Fra l’allenatore e quelle soddisfazioni ci sono degli ostacoli che hanno diverse sfaccettature, diverse misure e pesi; saperli evitare o superarli è la cosa più difficile nel mestiere dell’allenatore, e, forse, è più difficile ancora a livelli tecnici ed agonistici più elementari.
Un ostacolo è il guardare al risultato positivo come all’unica soddisfazione possibile, ma questo, più che un ostacolo, è un vero e proprio errore di valutazione, che finisce per deviare il lavoro e le conseguenti soddisfazioni.
Non c’è nulla di facile in uno sport, nel mio caso nella pallavolo, e questa affermazione è ancor più vera proprio per chi allena. Per non parlare dello scoglio con la S maiuscola che caratterizza il livello giovanile: il tema genitori; ci vuole discernimento per tenere i parenti al loro posto e una buona dose di coraggio. Oltre a spazi e genitori, un’altra difficoltà che il coach può riscontrare è proprio quella del rapporto con gli stessi componenti della squadra. Anche in questo però la sostanza non varia: ci vuole energia, bisogna mantenere un certo equilibrio con chi resiste o peggio con chi si intromette nel tuo lavoro ed è importante il saper disinnescare: non trasformare ogni minima cosa in una discussione.
Alle ragazze si dice sempre che chi bella vuole apparire un po’ di male deve soffrire, ma non è che per l’allenatore la solfa sia tanto diversa, le cose belle, le vere soddisfazioni sono quelle sudate e sofferte, quelle che hanno il passo lento.
La critica è la prima cosa che un coach deve sopportare perché davanti al genitore della bambina che alleni, davanti a chi ti osserva, tu, allenatore, sei nudo: ogni decisione può essere valutata, tutto il tuo lavoro può essere analizzato e tutto può essere messo in discussione, persino la tua stessa figura.
Vogliamo parlare della sofferenza? Ho già espresso la mia idea sul fatto che le cose più belle siano quelle faticose da raggiungere; infatti, non per altro, in qualsiasi mestiere, colui che ha fatto qualcosa che lo soddisfa non parla di quello che ha realizzato, ma di quante difficoltà ha avuto e, soprattutto, quanto ha sofferto per arrivare a tanto.
Altra cosa importante che il coach deve mettere in conto sul suo cammino é la delusione, ci sono davvero pochi allenatori che terminano una stagione senza qualche rammarico; in fin dei conti una persona dedica anima e corpo alla propria passione, se non ha il contraccambio che si aspetta è un peccato. Il rischio purtroppo è quello di esaurire la benzina… che paura pensare che ci si possa trovare ad aver l’amore, ma non più l’energia giusta!
Elencare problemi, ostacoli, difficoltà, sofferenze è abbastanza facile, proporre soluzioni, formule, rimedi, idee lo è altrettanto, nonostante ogni problema sia diverso da ogni altro. L’importante è sapere che essi esistono e che richiedono energia fisica, morale e mentale.
La lezione che, per quanto difficile, tengo presente è che ogni esperienza, ogni difficoltà, ogni sofferenza aiutano me non solo in quanto allenatrice, ma anche in quanto persona.
All’inizio del mio terzo anno da coach non posso che rendermi conto che è questa carica a rendere più facile il superamento degli ostacoli, lavorando tre volte alla settimana, in piena gratuità, in una palestra, con le giocatrici che non sempre hanno voglia di dare il massimo, con i genitori che se mia figlia non è convocata non è giusto.
 
L’allenatore che ha questo spirito avrà anche l’energia mentale e fisica per vincere.

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