Essere “atleta” o “atleto”: come cambia il rapporto con l’allenatore?

Ho un fratellino di quattro anni che molto spesso, quando mi vede prendere la borsa per andare a fare allenamento, mi dice: “Anche io voglio fare l’atleto!”. Gli rispondo che si dice ATLETA e non ATLETO, prontamente controbatte: “Io sono un maschietto e quindi sono un ATLETO!”. Accetto la sua idea, in effetti la lingua italiana a volte è un po’ strana e avrà modo di scoprirla e rivedere la sua convinzione tra pochi mesi…. Questo piccolo episodio mi permette di introdurre il tema dell’essere femmina o maschio nello sport e in particolare come cambia il rapporto allenatore-atleta quando quest’ultimo è una donna o un uomo.

Le donne si caratterizzano per una maggiore emotività, quindi tendono a emozionarsi di più; un maggior livello di empatia, ovvero tendono ad essere più brave nel comprendere i pensieri e gli stati d’animo altrui;  infine hanno livelli più bassi di autostima rispetto alle proprie capacità fisiche e sportive, quindi le atlete tendono a svalutarsi e sminuirsi di più rispetto a quanto non facciano gli atleti. Al contrario gli uomini sono meno empatici e sono in grado di gestire meglio l’ansia da prestazione, poiché vivono lo sport con maggiore sfida ed agonismo. Gli uomini sono competitivi per natura e vedono la competizione sportiva come occasione per mettere in gioco le proprie forze e doti. Inoltre gli atleti hanno livelli di autostima maggiori riguardo alle loro competenze sportive e spesso è presente la tendenza a sopravvalutarsi.

Ma da dove nascono queste differenze? La risposta è la componente biologica. Le donne sono più empatiche ed emotive sia perché per natura il loro ruolo è l’accudimento e la cura affettuosa della prole sia perché hanno competenze linguistiche maggiori: mentre gli uomini usano la parola come esclusivo veicolo di comunicazione, le donne sono più in grado di usare il linguaggio per tramettere emozioni e stati d’animo. Sempre per ragioni biologiche l’uomo è più portato a competere e lottare che la donna, il suo ruolo infatti è sempre stato quello di procacciare il cibo e difendere la propria prole. Le donne perciò non sono biologicamente portate a competere e perciò necessitano di una maggior motivazione per “tener duro” nello sport. Attenzione! Questo non vuol dire che non siano motivate, anzi, le donne dimostrano, rispetto agli uomini, maggior volontà a impegnarsi nella pratica sportiva, ma quello di cui hanno assolutamente bisogno è la sicurezza. L’allenatore di un atleta donna deve riuscire a veicolare quella sicurezza che individualmente non hanno. Questo si traduce in un rapporto allenatore-atleta che deve basarsi su un ascolto attento ed empatico (capire le sue emozioni e i suoi pensieri) e su una comunicazione aperta e profonda così che l’atleta possa percepire che qualcuno si sta prendendo cura di lei e soprattutto sta credendo in lei. Usare toni duri e la coercizione con le atlete a volte può essere controproducente; mentre per gli atleti può essere uno stimolo motivazionale forte riattivando in loro quell’anima competitiva e di rivalsa. Negli atleti il rapporto con l’allenatore è più superficiale, che non deve essere tradotto come emotivamente freddo, nel senso che l’uomo tende a vedere l’allenatore per il ruolo che riveste cosa che per l’atleta donna non è sufficiente.

E’ importante quindi che ogni allenatore sia consapevole di queste differenze tra l’essere maschio o femmina nella pratica sportiva ma soprattutto è fondamentale che l’allenatore si faccia osservatore e ascoltatore attento dei propri atleti in modo da adottare lo stile relazionale e comunicativo idoneo alle caratteristiche personologiche del proprio ATLETO o ATLETA!

MenteSport

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