Essere nel qui ed ora delle cose: la concentrazione nel tennis.

Mentesport.

Mai nome fu più azzeccato per una società che si occupa di psicologia dello sport. È una specie di mantra che negli articoli che ho scritto da qualche anno a questa parte recito spesso: la mente governa il corpo. Verità imprescindibile per chiunque si appresti a fare dello sport, dal più leggero e semplice a quello più sfiancante. Se a questa verità non viene prestata la necessaria attenzione, se a questa verità non ci crediamo allora non è nemmeno il caso di iniziare la gara o la partita.
Mente/corpo è anche forse una delle dicotomie più interessanti della storia della filosofia, tanto che da essa Cartesio aveva ricavato la propria visione del mondo: una res extensa (che è la materia del mondo) che si contrappone ad una res cogitans, che rappresenta la peculiarità dell’essere umano, essere un animale pensante.

La mente è sempre al centro di tutto, nella vita, nel lavoro e nello sport soprattutto.
Nella rubrica Pistallozen ho cercato di far emergere come la supremazia della mente sia la chiave di volta per comprendere anche il complesso mondo del pensiero orientale, e questo aspetti si riflette nello sport, perchè non si può pensare di risultare vincenti se la nostra mente vaga altrove, se non siamo nel “qui ed ora” delle cose che stiamo facendo.
Non esiste uno sport dove questo sia più vero rispetto che in altri, ma esistono degli sport dove l’importanza della mente (e quindi la concentrazione, il pensiero, la capacità di saper leggere il momento e la situazione) è più evidente che in altri.
Ad esempio, se pratichiamo uno sport di squadra il fatto di essere più o meno concentrati è ovviamente decisivo, ma meno influente perché posso comunque far affidamento sui miei compagni, sperando che possano porre rimedio agli errori che inevitabilmente commetto se la mia mente non è, come si suol dire, “in giornata”.

Negli sport singoli, la capacità di essere più o meno concentrati è la linea sottile che separa vittoria da sconfitta.
Fra tutti gli sport che si praticano 1 contro 1, quello più emblematico da questo punto di vista è indubbiamente il tennis.
Sarà anche una questione di gusti, la mia, ma il tennis rappresenta l’essenza del trionfo della mente sul corpo.
Non ho mai giocato a tennis, non seriamente perlomeno, ma ne sono rimasto affascinato fin da quando sapevo che cosa fosse lo sport.
Da amante del calcio guardavo il tennis (il grande tennis, per la verità, vale a dire  i più importanti tornei) con un entusiasmo che non riuscivo a spiegarmi; crescendo capii cosa mi affascinava di quel gioco: le partite erano lunghe, molto più lunghe di quelle di calcio (che era lo sport che praticavo).

Ed è da quest’ultima considerazione che trova origine l’articolo di oggi, come si fa a trovarla e a mantenerla, ma soprattutto, quanto è importante la concentrazione del tennis?
La risposta all’ultima domanda è per la verità semplicissima: la concentrazione è tutto.
Parafrasando il celebre motto della Juventus: “la concentrazione non è importante, è l’unica cosa che conta”.
Il primo, grande motivo del perché non si possa mai staccare la spina giocando a tennis è determinato dalla natura stessa di questo sport: non c’è un attimo di respiro. Paradossale per chi lo ritiene uno sport “noioso”, quantomeno da seguire; eppure ogni palla sbagliata significa un punto per l’avversario ed ogni punto regalato avvicina sempre di più alla sconfitta.
In altri sport esistono momenti “morti” dove rifiatare e recuperare le forze (sto ancora pensando al calcio), nel tennis questo non è assolutamente possibile.
Ma la concentrazione è determinante anche prima della gara, essere concentrati significa essere anche consapevoli di chi si ha dall’altra parte della rete; per estensione, significa essere preparati a quella specifica gara, a quello specifico avversario.
Già da queste preliminari considerazioni ci si inserisce nel “qui ed ora” della partita.

Come in qualsiasi altra manifestazione sportiva, allenamento e doti tecniche sono la base strutturale di ogni atleta, ma quelle vanno affinate quotidianamente, utilizzando altre risorse come la costanza, la determinazione, lo spirito di sacrificio.
Ogni ora d’allenamento, ogni corsa, ogni battuta provata e riprovata conducono alla partita, ed è lì che viene messa alla prova non solo l’abilità fisica del tennista (o dell’atleta in generale) ma soprattutto la sua capacità di rimanere nella partita dal primo punto giocato al matchpoint.
Rimanere nella partita
, una spettacolare metafora che esemplifica perfettamente quanto la concentrazione sia parte determinante di una vittoria; rimanere nella partita significa avere la capacità di essere totalmente immersi in quello che si sta facendo, lasciando fuori ansie, preoccupazioni e paure, problemi emotivi e quant’altro: tutto ciò che non sia avversario-racchetta-campo-pallina deve essere sigillato e riposto altrove.

Tutto questo discorso può sembrare una banalità, effettivamente chi mai penserebbe ad altro quando si sta praticando sport? Sembra normale pensare che se siamo nel mezzo di un serratissimo set di pallavolo, difficilmente l’alzatore pensi alla sua cena di qualche ora dopo.
Ma chi fa sport, in qualsiasi livello (dall’amatoriale all’atleta internazionale) sa che momenti di poca lucidità nel corso di qualche match sono all’ordine del giorno; sa, perché l’ha provato sulla propria pelle, che non è così impossibile pensare ad altro, distrarsi. Rimanere concentrati, veramente concentrati, è un’arte che si impara nel corso del tempo, dopo brucianti sconfitte e estenuanti sedute d’allenamento.
Nel tennis tutto ciò è molto più visibile, molto più determinante che in altri sport: se si dimentica per un secondo che il nostro avversario è mancino si corre il rischio di servire una palla facile, più alla sua portata, e si rischia di perdere il punto; se si smette di pensare a quella pallina che deve essere rispedita di là nel modo migliore possibile allora si rischia magari di perderne due di punti, si rischia in una manciata di minuti di ritrovarsi sotto 0-40; basta poco, pochissimo per la verità, si perde il game, poi se ne perde un altro e così via.

Il tennis è, da questo specifico punto di vista, la metafora dello sport. Perché non solo ogni palla è decisiva, ma le partite possono diventare anche molto lunghe. La storica finale di Wimbledon Federer-Nadal ne è l’esempio supremo.
Ecco che allora la capacità di restare nella partita è ancora più importante, quando si sta bene fisicamente le cose vengono anche più facilmente, si gioca sciolti e ben consapevoli dei propri mezzi.
Ma quando la stanchezza inizia a subentrare, quando il colpo non arriva più bene a fondo campo? Quando le gambe iniziano a pesare e diventa più difficile correre a destra e a sinistra per ributtare la pallina dall’altra parte?
In quel preciso momento emerge il campione e declina il semplice giocatore.

Basterebbe allenarsi di più, qualcuno potrebbe dire; ma la stanchezza è parte fisiologica del nostro corpo; è impossibile non provarla ed è impossibile allenarsi al punto di terminare una partita senza provare fatica.
Quindi bisogna imparare a gestirla la fatica, a gestire le proprie forze quando il serbatoio è sotto il livello critico, e per fare questo serve la mente; è una via dalla quale non si può scappare.
In qualsiasi partita di qualsiasi sport il fisico ad un certo punto inizia a cedere, se la mente non è pronta a sostenere quel peso allora si è finiti, sportivamente.
Si esce dalla partita con la stessa facilità con la quale un sasso cade se lanciato in aria.
La mente è sempre a capo di tutto, anche se non sembra, anche se siamo convinti che le nostre gambe ci permettano di correre 4 ore senza problemi, ad un certo punto capiamo che non è vero, che è una sofferenza scattare ancora, o colpire nuovamente quella palla; se la mente, quando realizziamo questo, abbandona il corpo allora è il segno premonitore della sconfitta.

E la mente non è un oggetto poi così astratto, non è qualcosa di inerme; è qualcosa di vivo, di potente, che possiamo e dobbiamo allenare, molto più del nostro fisico per la verità.
La concentrazione è anche questo, o forse è proprio questo, è continuare anche quando i muscoli stanno per sventolare la bandiera bianca.
Ma questo poi non vale solo nello sport, è la nostra vita di esseri umani che ce lo impone, quasi fosse un obbligo morale: essere concentrati, sempre, avere la propria mente sveglia e capace di capire dove e cosa stiamo facendo; ed essere concentrati non vuol dire mica essere seri e imbronciati.
Essere concentrati, essere nel “qui ed ora delle cose” significa semplicemente essere consapevoli di quello che si sta facendo, vuol dire ancora di più: è immergersi in quello che stiamo facendo, identificarsi con esso e non lasciare spazio per altro, nulla. Il resto deve scomparire. Si scopre così un mondo nuovo, una verità che era a portata di mano ma che eravamo troppo pigri per afferrare, sembra la cosa più facile del mondo eppure è la più complessa da mettere in pratica, occorre una fatica esagerata, mostruosa per riuscire con semplicità a vivere ogni attimo, ogni azione completamente, rimanendoci dentro, dimenticando tutto il resto. Questa è la verità dello Zen, di cui ho parlato altrove ma che ritorna sempre, perchè è una verità che ci riguarda in prima persona, dal momento che siamo nati uomini e non placidi alberi di pesche.
Le risorse per realizzarla, questa verità, ci sono state consegnate alla nascita, dobbiamo solo portarle alla luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

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