In Asia si praticano sia sport legati alle tradizioni locali sia sport di origine occidentale. C’è uno stretto rapporto tra ambiente e sport praticato, una disciplina nazionale è strettamente legata ad una regione particolare e ai costumi locali; solo con la diffusione mediatica può essere estesa altrove. Sin dall’antichità, gli sport prevalenti sono, nel caso della Cina in particolare, le arti marziali e gli sport di lotta, che sono evidenti conservazioni di uno sport inteso come preparazione alle arti militari. In Asia manca l’evoluzione tipica dell’Europa, dello sport verso il gioco di squadra, infatti sia la lotta sia il judo ed anche le arti marziali sono sport individuali. In Asia centrale, per spostarci nelle zone montuose, la caccia era necessaria per la sopravvivenza per cui disciplina madre era il tiro con l’altro, ma allora come tutt’oggi non mancavano yoga e corsa con bighe. L’attività sportiva più popolare nell’antica Cina sembra fosse la ginnastica, da essa può risalire sia lo sviluppo delle arti marziali sia la tradizione acrobatica degli artisti da tradizionale circo cinese.

Da un lato la cultura asiatica con il suo fascino lontano e misterioso ha portato l’Occidente ad aprirsi a nuove prospettive e nuovi interessi, dall’altro, nelle varie regioni asiatiche, sono attualmente praticati, oltre a quelli nazionali, quasi tutti gli sport occidentali, possiamo citare come esempio di sport universale i giochi Olimpici, che nel 2008 si sono svolti per la prima volta a Pechino; attualmente, per citare una disciplina, nell’hockey su prato, sport importato dall’Inghilterra, il titolo olimpico è diviso tra India e Pakistan. Il calcio è conosciuto in Cina da tempi antichi come Tsu-Ciu, cioè calcio-palla e dal lontano 1956 si disputa ogni 4 anni la Coppa d’Asia di calcio. Questo interesse da parte della Cina ed in generale dell’Asia di affiancarsi all’Occidente ha fatto sì che venissero create delle federazioni e confederazioni continentali, in cui si potesse trasmettere, oltre alla disciplina in sé, anche un valore nazionale. Sono i centri sportivi il vero veicolo di trasmissione culturale.

Noi vediamo gli atleti cinesi vincere, vincere e vincere ancora, ma dietro tutto questo, cosa c’è?

I cinesi vivono da tempo un’epoca di cambiamenti storici e sociali, tali da modificarne comportamenti, ideali e stili di vita. C’è una parola che nella Cina contemporanea unisce tutti quelli che chiamiamo «cinesi»: la pressione. È uno dei termini più ricorrenti nella vita quotidiana, la società schiaccia il popolo in una competizione infinita, tra mille opportunità, alle quali si contrappongono imponenti muri. La pressione è un stile di vita, un’imposizione che si vive fin da piccoli e che ritorna, finendo per affannare anche i campioni, o futuri tali, dello sport. Prendiamo Liu Xiang, medaglia d’oro nei 110 metri ostacoli alle Olimpiadi di Atene 2004 ed ancora campione del mondo a Osaka 2007, mito incontrastato dei cinesi, promosso per merito nell’Assemblea nazionale del popolo. Arrivano le Olimpiadi del 2008, a Pechino, in casa sua, la pressione è altissima, e non è un modo di dire. Nelle settimane che precedono l’inizio dell’evento, l’atleta lamenta qualche acciacco, qualche strano infortunio che non lo vorrebbe al massimo; Liu Xiang ha una sola cosa da fare: vincere quella maledetta medaglia, a Pechino, a casa sua. Liu Xiang molla, crolla, non ce la fa, si ritira. Diranno che ha un grave infortunio, ironia della sorte, al tendine d’Achille. Sarà la delusione di tutti e il vero buco nero delle Olimpiadi dominate dagli atleti cinesi e stravinte da un Paese che si è riproposto sul palcoscenico del mondo.

Come tutti i Paesi ex socialisti, anche in Cina lo sport è sempre stato qualcosa di più di una semplice competizione tra atleti; era lo specchio per apprezzare la superiorità del sistema. Nello sport si giocavano i destini nazionali e messe sul piatto della bilancia sono anche le vite di atleti, nel perenne sospetto dell’uso di doping e medicinali proibiti. Il primo modello utilizzato dalla Cina, non solo in ambito sportivo, è stato ovviamente sovietico: la Russia rimarrà sempre un marchio di fabbrica, a poco a poco associato alle caratteristiche cinesi.

Con il sostegno e le idee di allenatori e specialisti sovietici, la Cina mette lo sport sotto il controllo del partito e dell’esercito. Sono i militari a detenere lo scettro dello sport nazionale, sono loro ad andare in cerca dei futuri campioni, a reclutarli giovanissimi. I ragazzi e le ragazze sono sottoposti a una vita di reclusione e totale dedizione alla causa dello sport socialista. L’obiettivo è lavorare su piani di lungo corso e cominciare a sfornare atleti modello. Mao decise di spezzare le relazioni con Mosca e la Cina proseguì da sola, ma la strada segnata dai russi era ormai consolidata. La via scelta dalla Cina, scrive il magazine sportivo on line Hupu, è stato quello di imparare dai militari. I soldati si allenano duramente sia fisicamente che mentalmente, con uno scopo preciso: trasformarsi in una piccola tigre e avere buone performance nella tecnica sportiva, negli stili di vita e nell’ ideologia. Vale a dire, gli atleti sono stati addestrati come soldati.

La Cina ha cominciato a macinare risultati, fino ad arrivare a ospitare anche importanti tecnici stranieri, in un’apertura che ha coinciso con le riforme che la hanno riportata a dialogare con il resto del mondo, cominciando ad applicare alcune regole di mercato al proprio sistema economico. Questo sistema porta con sé un alone misterioso, forse é proprio andando dietro a quelle medaglie che capiamo quanto non sia tutto oro quello che luccica.

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