Il genitore dell’atleta: risorsa o ostacolo?

L’attività sportiva a livello giovanile, ma non solo, è un’ottima esperienza educativa, è emozionante e divertente, come tale assicura un facile coinvolgimento di bambini e ragazzi: ha funzionalità ludiche, sociali, insegna il rispetto per gli altri e quello delle regole ed accresce la fiducia in se stessi. Attorno a bambini e ragazzi che praticano uno sport ruotano numerose figure: c’è in primis l’allenatore, poi ci sono i dirigenti e, non da ultimo, i genitori e familiari. Tutti partecipano, per quanto in misure differenti, all’esperienza sportiva di un atleta, rendendola educativa e formativa.

L’andamento di una società può dirsi, a mio parere, positivo non tanto se le squadre vincono tutte le partite, quanto più se ciascun componente di essa gioca la sua parte, evitando di invadere o interferire in ruoli che non gli appartengono. Proprio per questo motivo è necessario stabilire dei ruoli e creare un’alleanza educativa tra tutte queste figure.

Uno scoglio particolare sono i genitori; essi hanno sempre avuto, giustamente, un ruolo importante nella crescita sportiva del proprio figlio, i giovani atleti devono essere supportati, non esaltati né tanto meno depressi dai loro familiari. Il rapporto con le famiglie dei giocatori è molto delicato, mette in campo una serie di problematiche complesse nella loro gestione: giorni e orari di allenamenti e partite, tifo, a volte eccessivo, rapporto con noi allenatori e con la stessa società. Con queste premesse, da un lato, la partecipazione dei familiari è vissuta in modo positivo perché essi rappresentano una risorsa per la società, dall’altro lato, a volte, le interferenze eccessive creano malintesi che generano malumori. Con i genitori è importante cercare un’intelligente collaborazione che può essere un elemento positivo per evitare e/o risolvere molti problemi, da quelli educativi di ogni atleta, alle molteplici incombenze organizzative. Il compito dei genitori è di mostrare lo sport ai propri figli come un grande contenitore di valori, la vittoria è sì uno di essi, ma è anche il frutto di un duro lavoro e di un impegno costante. Specialmente in età di evoluzione, gli atleti hanno bisogno di sentire un appoggio incondizionato da parte dei loro genitori, ma purtroppo non è sempre così, si fa a gara a chi ha il figlio più bravo o quello che gioca più punti, più minuti. In alcuni casi, quando i genitori accompagnano il proprio figlio alle partite, pensano di avere in campo un piccolo fenomeno, il tifo è solo per lui, mai per la squadra intera, gli errori sono sempre degli altri e l’arbitro è sempre un incapace, ed infine, se l’allenatore non lo fa giocare non è che un incompetente. Questi atteggiamenti non fanno che sobbarcare il figlio di frustrazioni superiori, è come se l’atleta fosse considerato un alter ego in grado di riportare quell’immagine ideale che a volte non si è riusciti a raggiungere da giovani.

Il gap tra gioco e stress è molto sottile, quanto lo è quello tra genitore che comprende l’importanza formativa ed educativa dello sport e quello che invece invade, pretende e soffoca. Da una ricerca effettuata nel 2010 risulta che tra gli 8 e i 12 anni la maggioranza dei bambini pratica uno sport solo perché vuole vincere e che molti genitori colpevoli di comportamenti scorretti, quali insulti agli avversari e all’arbitro, negano in realtà di aver mai avuto degli atteggiamenti inadeguati. Per fortuna però, mi viene da dire, che esistono genitori che sono delle vere e proprie risorse per tutto lo Sport: si comportano correttamente, e hanno cura che venga fuori il meglio dal proprio figlio.

In conclusione, ecco alcune considerazioni che spero possano essere uno spunto di riflessione per tutti i genitori che hanno figli sportivi: la prima raccomandazione è di amare il proprio figlio per le sue doti e per quello che è. Il compito del bambino è giocare, quello dell’allenatore è allenare e quello del genitore è incitare positivamente ed applaudire.

Lo sport è una palestra di vita, non roviniamolo.

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