Può sembrare banale affermare che i bambini abbiano bisogno del gioco per crescere, ma nell’epoca in cui viviamo è tutt’altro che scontato.

Il gioco inteso come approccio con il mondo esterno, con gli altri e con se stessi viene spesso sostituito con il gioco individuale dato dagli strumenti tecnologici (tv, cellulari, tablet e consolle) o vissuto dai genitori come uno strumento per raggiungere non si sa quale primato nei confronti degli altri bambini.

Il gioco è stato al centro di infiniti studi e teorie e diventa il punto di partenza e spesso anche di arrivo, nei processi di crescita e apprendimento, attraverso la psicomotricità.

La psicomotricità permette attraverso giochi studiati per ogni fascia di età di:

– attivare lo sviluppo senso-percettivo

– Consolidare gli schemi motori statici e dinamici

– sviluppare relazioni

– collegare la motricità con altre forme espressive.

Tanti psicologi, sociologi e pedagogisti hanno studiato le varie tappe dello sviluppo, ma prenderemo in esame la teoria di Piaget, considerandola un aiuto importante per il genitore nel momento in cui deve scegliere lo sport o le strutture da far frequentare al proprio figlio.

Secondo Piaget, l’intelligenza è intesa come una forma di adattamento considerando la maturazione delle strutture mentali un prerequisito su cui innestare gli apprendimenti successivi. In base a questo suddivide lo sviluppo in tappe, ognuna delle quali passa attraverso un tipo di gioco:

PRIMA INFANZIA: i bambini iniziano a conoscere il mondo toccando e mettendo in bocca qualsiasi cosa capiti loro in mano, per questo i  giochi da proporre sono di tipo psico-sensoriale cioè in grado di sviluppare i cinque sensi in armonia con la scoperta dell’ambiente circostante: mettere in un cesto oggetti di forme e consistenze diverse e vedere come li utilizza, fargli ascoltare suoni e rumori e ricondurli per esempio ad animali o mezzi di trasporto, lasciarli liberi di muoversi nel loro stile senza porre barriere. In questa fascia di età è ancora forte il legame con i genitori. ci sono discipline sportive, come il nuoto per esempio, che prevedono fino ai 3 anni la possibilità di giocare in acqua con il genitore in modo da condividere insieme un momento ludico e piacevole.

FASE PREOPERATIVA: in questa fase entra in gioco l’imitazione differita, cioè la capacità di mettere in pratica percezioni sperimentate in precedenza. Il gioco diventa percettivo-motorio e simbolico. Si iniziano a consolidare gli schemi motori di base (camminare, correre, saltare, rotolare, strisciare, lanciare e afferrare e arrampicarsi). I giochi proposti dovranno prevedere percorsi con andature diverse e vari livelli di difficoltà, l’utilizzo di materiali come cerchi, palle, coni da utilizzare con schemi preimpostati o lasciati liberi alla fantasia di ogni bambino. Il tutto deve essere finalizzato a sviluppare la coordinazione e l’indipendenza dei movimenti. In questa fase i bambini hanno un’immaginazione incontenibile quindi largo ai travestimenti, alla trasformazione dell’ambiente domestico in luoghi fantastici scaturiti dalla fantasia e alla lettura.

FASE OPERATIVA CONCRETA: solo in questa fase sarà introdotto il gioco di esercizio e di regole. Dai giochi di movimento per sviluppare la coscienza di se ai giochi sportivi volti a comunicare e socializzare. Alle scuole elementari si iniziano a praticare le prime discipline sportive (individuali o di squadra). Sarebbe importante poter assecondare i gusti del bambino in modo che viva lo sport come un momento di gioco e di condivisione con gli amichetti. L’attività sportiva proposta dovrebbe (il condizionale è d’obbligo!) avere sempre un fine ludico e non di prestazione e dovrebbe avere come obiettivo primario lo sviluppo globale del bambino sia dal punto di vista delle capacità fisiche che delle relazioni e della crescita personale.

ADOLESCENZA: è la fase dove avviene l’elaborazione di concetti, astrazioni, generalizzazioni e deduzioni da situazioni ipotetiche. I ragazzi sono consapevoli di cosa vogliono e cosa non vogliono e dei loro risultati nello sport. In questa fase si creano le vere basi per portare avanti una disciplina sportiva: le attitudini fisiche e tecniche si stanno consolidando e si percepiscono chiaramente le differenze coi compagni. Gli sport di squadra sono senza dubbio importantissimi per le relazioni che si creano con i pari età, ma anche negli sport individuali si iniziano a fare i conti con i primi risultati sportivi. Il risultato è visto spesso come fine ultimo dello sport mentre dovrebbe essere un mezzo per analizzare i progressi fatti durante le sedute di allenamento.

Detto questo è scontato che nella scelta delle attività e dello sport da far fare ai figli, più che soffermarsi su problematiche a dir poco superflue, dovremmo valutare se quello che andranno a fare può accompagnarli gradualmente nello sviluppo e se gli allenatori/educatori pongono al centro del loro lavoro la crescita e non il risultato.

Per fare ciò possiamo tenere conto di alcune indicazioni:

– sequenza in cui vengono proposte le attività: partire da un lavoro globale (senza specializzazione di ruoli/stili/discipline) per dare più stimoli possibili ad ogni atleta, ed arrivare alla specializzazione solo in un secondo momento

– interesse rivolto alla crescita più che alla prestazione: il risultato, che è innegabilmente motivo di gioie e dolori negli atleti, dovrebbe iniziare ad essere considerato dagli allenatori un parametro secondario alla crescita del giovane atleta e diventare importante solo a sviluppo fisico/atletico completo

– metodologia di insegnamento: considerando il gioco come punto cardine, le proposte devono essere mirate alla scoperta di se, all’apprendimento attivo e al problem solving: l’allenatore non è quello che risolve tutti i problemi ma quello che da gli strumenti utili a risolverli!!

Possiamo dunque affermare che per crescere in modo graduale e corretto, il bambino deve essere lasciato libero di giocare, scoprire e sperimentare entrando in relazione con se stesso, l’ambiente e gli altri. Il gioco sia spontaneo che guidato, rappresenta il veicolo di crescita più efficace a patto che rispetti le tappe dello sviluppo.

Stimolare e accompagnare nell’apprendimento è un compito difficile e di responsabilità: dovremmo in alcuni momenti svestire i panni dell’adulto e riassaporare il piacere di giocare, improvvisare e immaginare.

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