I Clippers e la storia di un fallimento

(utsandiego.com)
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Quello che è accaduto settimana scorsa ha dell’incredibile. Se volessimo paragonarlo a ricordi sportivi ben più nitidi nella mente degli italiani risulterebbe essere alla stregua di un 5 maggio interista o di un 3-3 milanista contro il Liverpool. I Los Angeles Clippers perdono le semifinali del torneo ad Ovest contro Houston Rockets dopo aver guidato la serie per ben 3-1.

Le colpe naturalmente ricadono da consuetudine su tutti: dall’allenatore ai giocatori, specialmente coloro che avrebbero dovuto accendere la luce come Paul o Griffin, alla dirigenza. Ma la questione a mio avviso è ancora più profonda: stiamo parlando del brutto anatroccolo del NBA, quello che ha tutte le carte per diventare cigno ma non ci riesce. Si è assistito in gara -7 a quello che in gergo si chiama “braccino del tennista” o più comunemente paura di vincere; ma la discriminante che permette il passaggio da una sconfitta ad una vittoria è sicuramente estranea alla storia di questa franchigia.

I Clippers sono la seconda squadra di Los Angeles, costretti a fare la parte della Cenerentola in favore dei ben più quotati Lakers; anche quando giocano i derby in casa allo Staples Centre è come se giocassero fuori, avendo a disposizione uno spogliatoio che equivale a meno della metà degli altri, e prendendo spesso delle sonore bastonate dai cugini. E’ stata capeggiata per anni da Donald Sterling, squalificato l’anno scorso a vita per un episodio di razzismo, che ha condotto i Clippers al grido di battaglia “Perdere e perderemo”: salari bassi, un mercato fatto spesso da modesti giocatori perchè erano i meno onerosi, la possibilità di disporre di una scelta collegiale vastissima avendo in dote basse posizioni di classifica e quindi scelte privilegiate al draft, per poi disfarsene quando divenne troppo cara; conoscenze cestistiche pressochè nulle, come evidenzia un episodio in cui, presentatosi dieci minuti alla fine della sessione del mercato, scelse un giocatore fidandosi più del consiglio di una bionda seduta in ultima fila che dei suoi collaboratori. E’ immaginabile quindi che il suo scopo non fosse propriamente il bene della franchigia, quanto il profitto.

Ma qualcosa ultimamente è cambiato: lo testimonia ad esempio il derby giocatosi nel marzo dello scorso anno (142-94 storico), e i numeri di questa stagione che con un sontuoso 56 vinte e 26 perse li ha portati ad una percentuale del 68 per cento. Fino alla disfatta in semifinale. Paul e Griffin, ribattezzati gli eterni incompiuti, sono crollati sotto i colpi di un mondo che stava crollando intorno a loro, un mondo che nonostante i progressi sportivi ha ancora nel suo dna un forte complesso di inferiorità, negatività e sconfitta. Non si vince dall’oggi al domani, si vince perchè si è supportati da una mentalità vincente, ma questa non può prescindere da una cultura e da una tradizione che lavori su di essa e ne permetta la sua crescita. C’è ancora tanta strada da fare, ma se ci sono delle certezze in campo e fuori dal campo, e si vuole continuare a riconfermare questi risultati, è auspicabile l’inizio di un cammino, quel maledetto passaggio da brutto anatroccolo a cigno.

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