Idee contro la crisi. La “metafisica” del calcio e il rilancio del settore giovanile.

Sul sito di Repubblica, il 19 Novembre è stato pubblicato un geniale articolo di Maurizio Crosetti sulla questione che più fa discutere da un paio di anni a questa parte: la crisi della nostra penisola.

Che poi la crisi sia economica, etica, calcistica questo poco importa, perché forse questi sono elementi che si intrecciano.
Le prime due forme di crisi ricadono inevitabilmente sulla terza, il risultato è che calcisticamente parlando siamo paralizzati. Crosetti apre l’articolo con riferimento a Conte, neo-CT della Nazionale che ha appena scoperto che il calcio italiano è in crisi.

Con ironia diciamo che non c’era bisogno di Conte per rendersene conto. Tuttavia commette un banale errore di coerenza: adesso che è dall’altra parte del fiume si lamenta della poca disponibilità dei club a collaborare con la Nazionale, mentre quando allenava la Juve fece altrettanto con Prandelli.
Crosetti è molto furbo e si chiede se quella di Conte possa essere una strategia mediatica: dico pubblicamente che il calcio italiano è in profonda difficoltà, così se le cose vanno male io avevo già avvisato tutti, mentre se le cose vanno bene mi prendo la mia enorme quantità di elogi. Può essere stato questo il suo pensiero? Ai posteri l’ardua sentenza.

Tuttavia il monito di Conte fa solo da eco a quello che purtroppo vediamo da anni. Forse troppi. Fatta eccezione per la meteora Inter targata Mou, nel 2010, da dopo che Cannavaro a Berlino alzò al cielo la Coppa del Mondo nell’anno domini 2006, l’Italia ha preso una strada nelle profondità dello squallore.

Crosetti effettua una diagnosi incredibile del sistema calcio, a partire dalle scuole calcio a pagamento, attraversando poi tutte le problematiche legate al “bisogno di avere risultati” delle famiglie, che non concedono più spazio ai figli per fare, molto semplicisticamente quello di cui hanno voglia.

“Le famiglie si sentono clienti delle scuole calcio, pretendono di monetizzare l’investimento: spesso, producono piccoli disadattati, figli di adulti frustrati e infelici”: queste le parole del giornalista, quasi spietato nella sua analisi.

Ma ha ragione! Non che ai piani alti si giri con scatoloni pieni di lungimiranza, i nostri grandi club non costruiscono un progetto per il futuro che sia uno, non uno sguardo ai vivai, nessuna risorsa al settore giovanile; forse solo adesso che la crisi (economica) si sta facendo incalzante, qualche club ha capito che forse è il caso di guardare nel proprio giardino.
Ma è un giardino coltivato male per essere degno di essere preso in considerazione. La conclusione è che, drammaticamente, non c’è soluzione perché il problema, nella sua essenza, non è “concreto”.
Uno dei più famosi clichè recenti è che “finchè in Europa giochi con la difesa a 3 non vincerai mai”; ecco, noi non possiamo semplicemente impostare la difesa a 4 per rimettere in pista la macchina, il nostro è a livello meta-calcistico: fintantochè non modifichiamo il nostro approccio alla realtà non possiamo pensare di modificarla.

Se non accettiamo l’idea di lavorare sodo e coltivare un serio progetto (tecnico, basato su settori giovanili eccellenti e regole per disciplinare acquisti di stranieri, ed economico insieme) non c’è una sola possibilità che i nostri club e la Nazionale tornino alla ribalta. Una volta ci salvavamo con i grandi acquisti, adesso che non ce li possiamo permettere abbiamo scoperto le crepe alle fondamenta stesse del nostro sistema.
La speranza è una vera rivoluzione culturale, un cambiamento totale del nostro paradigma interpretativo del calcio, al quale dovrà seguire una rivoluzione nella sostanza, per dirla alla Marx: “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.

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