Quella che sta concludendosi con una netta e davvero molto poco inaspettata schiacciante vittoria della Juventus è la 119esima edizione del campionato italiano di calcio.

119 anni di passioni e di partite, di vicende sportive drammatiche come la tragedia di Superga sino ad epici trionfi a livello internazionale (il Milan di Berlusconi) e l’ultima gloria Mondiale tedesca di 11 anni fa. Il calcio in Italia è diventato nel corso di questo secolo molto di più di uno sport.
Capace di unire persone e persino una nazione intera in occasione delle partite della Nazionale e con la stessa vibrante potenza capace di dividere e far suscitare odio fra tifosi di squadre differenti, il calcio sembra essere il riflesso della nostra società.
Chi lo ama afferma che sia lo sport più bello del mondo, chi non lo sopporta o non prova interesse fa leva sul fatto che buona fetta dell’eco mediatico dello sport italiano sia legato al rettangolo verde: troppi soldi, troppo spreco, troppo tutto. Nel bene e nel male in Italia si parla di calcio, e buona pace per gli amanti di altri sport, che oramai se ne sono fatti una ragione.

In occasione dell’anniversario del primo campionato italiano disputatosi (8 maggio 1898) vogliamo ripercorrere le tappe che hanno alimentato la vita del calcio italiano, portandolo da essere un gioco amatoriale delle periferie alla dodicesima industria del paese, una realtà capace di muovere circa 9 miliardi di euro l’anno, offrendo posti di lavoro a più di 500mila persone e versando allo stato 1 miliardo di euro come contributo fiscale.

Prima di essere oggetto di dibattiti televisivi, di rancorosi sfottò e insulti fra vicini di casa il calcio era uno sport assai poco praticato e conosciuto in Italia.
Lo conoscemmo e si sviluppò dapprima nelle realtà portuali della nostra penisola: verso la fine del XIX secolo l’Italia stava vivendo un periodo di intensi scambi commerciali con l’Inghilterra (patria fondatrice del Football) e fu proprio nelle principali città sulla costa che nacquero i primi “Football club”, società prevalentemente calcistiche e per la maggior parte formate da soci britannici.
Prendemmo il calcio dall’Inghilterra e lo facemmo diventare il cuore pulsante della vita sociale del nostro Paese.

Non è un caso che la più antica società italiana sia il Genoa, fondata nel 1893 in Liguria.
Da realtà periferica il calcio cominciò a destare interesse e curiosità e nel 1898 nacque la FIF (Federazione italiana del Football), fondata a Torino nel marzo 1898 che due mesi dopo si diede da fare per organizzare il primo campionato.
Era l’8 Maggio, il campionato si svolse interamente in una giornata ed ebbe luogo al Velodromo Umberto I di Torino, vi parteciparono quattro formazioni (Torinese, Internazionale Torino, Genoa e Ginnastica Torino).

Vinse il Genoa entrando così nell’albo d’oro della prima squadra “scudettata” italiana.
Bissò il successo l’anno successivo, questa volta le giornate furono due, 2 e 9 settembre, e realizzò la tripletta aggiudicandosi anche l’edizione che inaugurava il nuovo secolo.
Per i primi 7 campionati non parteciparono mai più di otto squadre, e a partire dal 1900 fecero il proprio ingresso nella Prima Divisione (la futura Serie A) anche la prima squadra che rappresentava la Lombardia, il neonato Milan, (nelle due edizioni precedenti avevano partecipato solo formazioni del Piemonte e della Liguria).
Il calcio in Italia non nacque uniformemente, e il campionato non era nato come campionato nazionale ma di fatto traduceva in termini sportivi la realtà economica di allora, perché parteciparono ai campionati di inizio secolo solamente squadre delle tre regioni più ricche che, con i rispettivi capoluoghi, formavano il cosiddetto “triangolo industriale”.
Intanto, accanto al già citato Genoa nacquero altre società, alcune scomparse e altre tutt’oggi abbastanza conosciute, come la Juventus, nata a Torino nel 1897, inizialmente come società polisportiva, e il Milan, nel 1899.
I primi due decenni di vita del campionato italiano, segnati da una vera e propria organizzazione amatoriale e da uno scarso interesse del pubblico videro dominare quasi incontrastate le formazioni del Genoa e della Pro Vercelli, che vinsero 10 titoli, rispettivamente 6 e 4, dal 1898 al 1913, con fugaci intermezzi delle compagini milanesi (Milan e la neonata Internazionale) e della Juventus.

Ben presto però si affacciarono sul panorama italiano altre società, meno preparate e meno competitive che vennero organizzate dalla FIF in quello che sarebbe diventato il campionato di Serie B, che nel 1904 prese il nome di Seconda categoria, o campionato Riserve.
Con l’aumento del numero delle squadre la FIF, che frattanto aveva mutato il proprio nome assumendo quello attuale di FIGC, estese la Prima categoria oltre le regioni del Nord, facendolo progressivamente diventare un campionato a dimensione nazionale. Il modello era sempre quello di un torneo ad eliminazione, con fasi iniziali strutturate in gironi e successive partite ad eliminazione diretta.
Questa dinamica, tra le altre cose, rappresenta uno straordinario parallelismo con la storia dell’Unità d’Italia.
Pensata e voluta dal Piemonte e dalla geniale mente di Cavour, l’unità d’Italia venne realizzata, dal punto di vista legislativo e burocratico, attraverso un referendum in cui gli abitanti delle altre regioni chiesero l’annessione all’avanzato e industrializzato Piemonte sabaudo; ebbene, allo stesso modo, la Serie A fu pensata e voluta da una Federazione piemontese alla quale le società delle altre regioni chiesero progressivamente di farne parte.
Fine della lezione di storia.

La prima divisione divenne una realtà sempre più ampia, l’interesse per il calcio crebbe sempre di più fino alla nascita della Serie A come la conosciamo noi, a cavallo fra i due conflitti mondiali, nel 1929, quando venne istituito il primo campionato a girone unico.
Negli anni successivi presero vita le attuali sottodivisioni, dalla seconda divisione nacque la Serie B, nel 1935 venne fondata la Serie C oltre che alla Prima e alla Seconda divisione regionale.

Dal primo campionato a girone unico fino a quello che sta concludendosi hanno partecipato alle 85 edizioni della Serie A  66 squadre, fra le quali l’Inter è l’unica nella storia calcistica italiana ad aver partecipato a tutti i campionati, senza mai retrocedere nella divisione inferiore.
In 30 anni il calcio in Italia si è assestato su un modello ben codificato, il linea con quello che era il calcio negli altri Paesi ed è diventato rapidamente lo sport più amato dalla popolazione, com’è tuttora.
Non è chiaro come mai fra le numerose discipline sportive che l’uomo abbia mai prodotto da quando è apparso sulla Terra il calcio è diventato, di fatto, lo sport più seguito.
Se la Grande Guerra riuscì a sospendere le partite per 4 stagioni, durante il ventennio fascista e la conseguente Seconda Guerra Mondiale il campionato si fermò solamente per la stagione 1944-45 e riprese immediatamente a conflitto finito.

A partire dalla fine della guerra fino ad oggi il livello e l’interesse nei confronti di questo sport è cresciuto a dismisura.
Il nostro campionato, da debole copia di quello inglese si è affermato come il più affascinante e competitivo.
Dalla tragedia di Superga, che ha privato il nostro calcio e la nostra nazionale di un’intera generazione di grandissimi calciatori alla Grande Inter di Herrera, dallo scudetto del  Milan del ’51 con Nordhal alla prima stella della Juventus del Trio Magico, la storia del calcio in Italia si colora di calciatori e allenatori che sono entrati nel mito, non solo per noi italiani ma per tutti gli amanti di questo sport.
Da quando la Serie A è stata un campionato a girone unico solamente 12 squadre fra le 66 partecipanti si sono aggiudicate lo scudetto, fra queste, hanno scritto pagine poetiche formazioni come il Cagliari di Gigi Riva (unico scudetto nel 1970) e lo storico Verona della stagione 84-85.

Sfiorò la leggenda la Sampdoria di Mancini e Vialli, che dopo aver vinto il primo scudetto della loro storia nel 1991 perse solamente ai supplementari contro il Barcellona di Cruijff  la finale della Coppa dei Campioni la stagione successiva, a causa della bomba su punizione di Koeman. Insieme a loro, altri grandiosi giocatori hanno solcato negli anni i nostri campi, negli anni 80 tutti i migliori giocatori del mondo militavano in Serie A; per due anni consecutivi abbiamo avuto contemporaneamente Maradona, Platini e Zico a insegnare Calcio nelle domeniche pomeriggio, il Milan ha avuto il suo primo spettacolare periodo d’oro con i tre olandesi, l’Inter dei record di Trapattoni aveva trovato il suo numero 10 in Matthaus.
Insomma, abbiamo avuto campioni e grandi storie, il nostro calcio per anni è stato il più invidiato e amato, i giocatori stranieri venivano in Italia perché era il miglior palcoscenico per mettersi in mostra.

Dopo il Mondiale del 2006, lentamente, a parte la meteora dell’Inter del Triplete, le nostre grandi hanno iniziato a stentare in Europa, i club si sono impoveriti, hanno smesso di investire, gloriose formazioni come il Parma hanno cominciato un graduale degrado fino al fallimento o alla retrocessione.
Ci siamo impoveriti come paese e ne ha risentito il nostro calcio, surclassato dagli altri campionati europei; con meno investimenti i club hanno dovuto cercare risorse alternative per tornare ai fasti di un tempo.
Delle grandi la Juve è l’unica che, Calciopoli a parte, ha intrapreso un percorso serio e completo per essere riconosciuta come una delle potenze calcistiche mondiali; percorso che con ogni probabilità la porterà a giocarsi nuovamente la finale di Champions.
Le due milanesi stanno cercando fortuna in capitali cinesi, Roma e Napoli si candidano come l’anti-Juve da 4/5 anni ma ancora non riescono a scalzare il dominio della Vecchia Signora.
In generale, le altre squadre del nostro campionato stanno cercando di adattarsi ai nuovi tempi che corrono investendo più risorse sui giovani e sui settori primavera: stiamo attraversando una fase delicata della vita del nostro campionato, in bilico tra lo sprofondare ad essere un campionato minore e tornare a rappresentare l’agognata meta di quelli che adesso vengono chiamati “top player”.

Ciò che la Juve sta facendo deve essere l’esempio positivo per tutte le altre società, per rendere il nostro campionato spettacolare e affascinante come lo era anni fa.
Il nome suscita ancora fascino, gli occhi del mondo non si sono completamente spostati dalla nostra Serie A, abbiamo le giuste conoscenze tecniche per poter rilanciare il nostro calcio a tutti i livelli, serve semplicemente la presa di coscienza che non si fanno più le squadre semplicemente comprando: serve struttura, un’idea di gioco e di gruppo capaci di essere più durature di una stagione. Con una maggior pianificazione e con pazienza abbiamo le possibilità per tornare ad essere veramente il campionato più bello del mondo.
Ora serve solamente la volontà di farlo.

 

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