Il controllo dei pensieri nel tennis: siamo quello che ci diciamo

Anche questa settimana portiamo avanti quanto iniziato quindici giorni fa, trattando di un’abilità mentale declinata in uno sport. L’interesse da parte vostra, dimostrato con le migliaia di visite sul sito e le centinaia di condivisioni sui principali Social Network, sta palesando come i temi della psicologia dello sport siano reputati di estremo interesse pratico per gli sportivi di ogni genere, interessati a migliorare la propria performance.

Oggi vogliamo quindi parlare del controllo dei pensieri nel tennis. Il tennis è uno sport decisamente particolare ed è senza ombra di dubbio tra quelli che meglio si prestano all’utilizzo di tecniche mentali. Per poterlo categorizzare, potremmo dire che questo sport si caratterizza principalmente come “sport open skills”, con alcuni momenti definibili come closed skills. Infatti, nel tennis, fattori come le condizioni ambientali, il range di azioni possibili, la durata stessa del match, sono variabili non completamente controllabili. Al contrario, il servizio si avvicina maggiormente alla definizione di closed skills, dato che gran parte di esso è definibile e controllabile.

In sport open skills, quindi, controllare i propri pensieri è decisamente più complesso, dato che la maggior parte degli accadimenti non sono ipotizzabili a priori e possono giungere, quindi, come inaspettati. Nel tennis, a maggior ragione, il controllo dei pensieri assume un ruolo ancora più rilevante. Andre Agassi, grandissimo tennista, definì il proprio sport come il più solitario al mondo. Quando giochi a tennis, sosteneva il campione, sei solo con te stesso. Non ci sono compagni di squadra, il coach è lontano e l’avversario lo è ancora di più, separato oltretutto da una rete. Appare evidente, quindi, come i nostri pensieri, quello che ci diciamo, siano tutto ciò su cui possiamo contare. Lo abbiamo ripetuto più volte: “siamo quello che ci diciamo”, Henry Ford affermava che se pensiamo di farcela o se pensiamo di non farcela, abbiamo comunque ragione. Le nostre azioni sono frutto dei nostri pensieri: come si può non imparare a controllarli, allora? Jim Loehr ha sviluppato una tecnica di controllo dei pensieri nel tennis, definendola the 16 seconds cure, la cura dei 16 secondi. Questa tecnica è stata creata per recuperare le forze mentali e non farsi abbattere in seguito ad un punto messo a segno dall’avversario. Una volta incassato il punto, infatti, pensieri ostacolanti subentrano nella mente dello sportivo, il quale, se si fa condizionare da loro, rischia di entrare in un vortice dal quale può risultare impossibile uscire per il resto della gara. Bloccare immediatamente i pensieri ostacolanti, quindi, diventa un vantaggio a cui non si può rinunciare. Con la 16 seconds cure l’atleta impara a riconoscere e bloccare i pensieri ostacolanti, lanciando segnali chiari a se stesso ed al proprio avversario e preparandosi per il punto successivo.

Oltre alla cura dei 16 secondi, esistono molti altri modi di controllare i propri pensieri. Un esempio ne sono gli ancoraggi: parole, immagini, gesti creati ad hoc per indirizzare i propri pensieri e le proprie energie mentali verso una stato di concentrazione psico-fisica ottimale. Inoltre, il self talk ed il pensiero positivo (l’abolizione di ogni negazione) sono altri ottimi esempi di come si possa imparare a controllare i propri pensieri, ottimizzando così la propria performance sportiva (per un approfondimento, ne abbiamo parlato nell’articolo del 12 maggio 2014). Rafa Nadal è un esempio eclatante della forza del controllo dei pensieri, ma non è di certo l’unico tennista che ha fatto un lavoro ad hoc, aiutato da uno psicologo dello sport.

E voi? Avete mai fatto caso a quanto i vostri pensieri influenzino la vostra prestazione sportiva o, più semplicemente, la vostra giornata? Imparare a controllarli è il primo passo per migliorare, non solo sportivamente!

Ment&Sport

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *