Praticando uno sport singolo o di squadra, così come in molti altri ambiti della nostra quotidianità, siamo continuamente bombardati da un’ingente quantità di informazioni e stimoli esterni nonché interni. La letteratura psicologica afferma che la mente ne può gestire solo una certa quantità alla volta, mi riferisco ad uno studio del 1956 che parla di 126 bit di dati al secondo. Quindi ciò che possiamo per certo affermare è che il nostro cervello opera delle scelte tra i tanti input e decide di volta in volta a cosa prestare la propria attenzione e a cosa no.

Non sempre la nostra mente opera scelte funzionali ai nostri obiettivi, nello specifico: per il giovane o adulto atleta. Quest’ultimo, per raggiungere l’efficacia di prestazione, ha tutta la convenienza ad esercitare costantemente le sue capacità cognitive al fine di migliorare la sua attenzione, ma non sempre è così semplice farlo.

Analizziamo due concetti fondamentali:

  1. Il modo di ciascuno di stare attento è personale ed innato, ma al di là di questo può essere migliorato nella direzione più confacente.
  2. Le componenti della concentrazione sono differenti e vanno analizzate ed allenate se si vogliono ampliare le possibilità di ogni atleta.

La capacità di rimanere concentrati possiamo un po’ paragonarla alle impronte digitali: sono un elemento individuale ed appartengono a quello che possiamo definire come il nostro patrimonio genetico, come le potenzialità del nostro corpo che possono aumentare attraverso la costanza dell’allenamento. Nel basket, ad esempio, è necessaria la capacità di condurre il gioco facendo attenzione a molte componenti contemporaneamente: il pallone, il movimento degli avversari, il movimento dei propri compagni e il movimento del diretto avversario. Per tale motivo a chi gioca a pallacanestro è richiesta per lo più un’attenzione ampia, l’atleta deve essere capace di considerare più cose contemporaneamente e prevalentemente è importante l’attenzione esterna, cioè maggiormente focalizzata su ciò che succede all’esterno di sé. La concentrazione è un elemento fondamentale per ogni sport, ma le richieste specifiche cambiano per altre tipologie di atleti: per esempio, ad un atleta di salto in alto sarà richiesta la capacità di zoommare il focus stringendolo sull’asta, unitamente alla grande capacità di tenere sempre sotto controllo i propri movimenti o irrigidimenti muscolari, quindi un’attenzione diversa da quella precedentemente citata, interna in questo caso, potrebbe determinare un errore nell’esecuzione del gesto. Questi due esempi ci portano ad affermare con fermezza che non tutti gli sport sono uguali nei termini delle capacità attentive richieste, è proprio per queste differenze che gli sport di gruppo come il basket sono detti situazionali, oppure discipline aperte, nei quali tutto può variare continuamente nei cambi di direzione della palla, di gioco e nelle circostanze difficilmente prevedibili della partita. In questi sport l’attenzione aiuta l’atleta ad essere pronto a leggere le situazioni, ad anticipare gli eventi. Gli altri sport, quelli individuali come il salto in alto o come il tiro con l’arco, sono detti sport di precisione o discipline chiuse, perché l’obiettivo prefissato è quello di ripetere sempre il medesimo gesto tecnico con sempre maggior precisione calibrando ogni minima variazione interiore per raggiungere la perfezione.

In ogni fase della gara, gli atleti rivolgono l’attenzione verso qualcosa ed è importante che abbiano la consapevolezza di doversi allenare per dirigere in modo corretto il focus, allargandolo e stringendolo a seconda delle circostanze, evitando di concentrarsi su cose futili o dannose perché anche l’attenzione, così come l’energia, è una risorsa limitata che, se sprecata, può esaurirsi. Si potrebbe fare una similitudine tra l’attenzione e un faro: quest’ultimo, nel momento della gara, dovrebbe illuminare solo quando serve e solo ciò che è importante per il giocatore che seleziona gli stimoli escludendo quelli che per lui sono disfunzionali. Non è sicuramente una richiesta facile, d’altronde non è così immediato che quando un allenatore dice «Concentrati!», subito l’atleta lo faccia. Spesso intervengono dall’esterno o dall’interno stimoli disturbatori, per lo più agenti distraenti, emozioni che per il piccolo atleta sono difficili da controllare o pensieri negativi, che fanno perdere la concentrazione e le energie mentali importanti.

È possibile dunque potenziare la concentrazione?

Certamente, lo si può fare migliorando il modo di allenarsi quotidianamente ed esercitando quelle competenze che contribuiscono a condurre la mente ad un buon livello di concentrazione. Ovviamente, posti chiari obiettivi di crescita e supposte forti motivazioni al miglioramento, le metodologie esistenti sono molte e sono in continua evoluzione grazie alla creatività e agli studi degli allenatori e degli psicologi dello sport che su questi temi lavorano quotidianamente.

Generalmente ogni atleta è in grado di decidere su cosa vuole concentrare la propria attenzione, tuttavia, le caratteristiche di ogni individuo e la moltitudine di input emotivi possono portare a delle difficoltà durante la competizione riscontrabili in andamenti altalenanti nonché invalidanti in momenti di particolare distrazione. Possono essere risolti in modo positivo se si interviene con un lavoro mirato. L’obiettivo di tale intervento deve essere quello di rendere stabili le capacità di connessione, avendo chiari i propri obiettivi e le modalità con cui vogliamo raggiungerli. La conseguenza di un allenamento della concentrazione costante è anche la maggiore possibilità di sperimentare durante una partita o una gara quello stato mentale detto flow, in cui si è interamente assorbiti nell’azione, quasi si perde la consapevolezza del tempo e della pressione, delle conseguenze della vittoria o della sconfitta e ogni gesto viene spontaneo e naturale.

 

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