In ginocchio durante l’inno… e altre proteste

(Fonte immagine: Lifegate)

 

La storia delle proteste sociali legate agli avvenimenti si perde nella notte dei tempi. Per restare nell’ambito dell’ultimo secolo saltano in mente, senza bisogno di sforzare troppo la memoria, storie molto conosciute, come quella di Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman sul podio dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico 1968. I primi due atleti di colore a protestare per la disparità di diritti con la testa abbassata, il pugno vestito di guanto nero alzato e i piedi scalzi, il terzo, australiano, a mostrare la propria solidarietà indossando la stessa coccarda dei compagni di podio. Un altro episodio molto famoso è quello della prima comparsa post-franchista della bandiera dei Paesi Baschi, l’ikurriña: nel 1976, un anno dopo la morte del dittatore spagnolo, i capitani di Athletic Bilbao e Real Sociedad entrarono in campo tenendo in mano il vessillo tricolore, sdoganandolo agli occhi dell’opinione pubblica.

Negli ultimi mesi ha fatto scalpore il gesto di inginocchiarsi durante l’inno americano compiuto da atleti dei maggiori sport statunitensi. Questo tipo di protesta, legato alla discrepanza fra i diritti dei bianchi e dei neri negli U.S.A. e soprattutto alla violenza delle forze dell’ordine nei confronti di questi ultimi, è solo il culmine di un’ondata di proteste sempre più efficaci nata negli ultimi anni. Nel 2010 la squadra NBA dei Phoenix Suns giocò diverse partita con la scritta “Los Suns” cucita sulla maglia, in segno di solidarietà nei confronti della popolazione latinoamericana dell’Arizona vittima di una legge sull’immigrazione particolarmente restrittiva; quattro anni più tardi Lebron James, Kyrie Irving e Kevin Garnett si sono schierati dalla parte del movimento Black Lives Matters indossando una maglietta con scritto “I can’t breathe”, tragiche ultime parole di un afroamericano ucciso dalla polizia. L’elezione a presidente di Donald Trump, autore di una campagna elettorale estremamente aggressiva e politicamente scorretta nei confronti di donne e immigrati, ha esasperato gli animi e allargato le varie fratture etniche statunitensi. La protesta in ginocchio è nata dal gesto di Colin Kaepernick, giocatore di football americano che il 28 agosto 2016 si è rifiutato di alzarsi durante l’esecuzione dell’inno. Da lì si è espansa a macchia d’olio e ha coinvolto atleti di basket, football americano e baseball, facendo luce su un problema annoso e regalando belle storie di solidarietà fra le leghe sportive, i proprietari delle squadre, gli addetti ai lavori e gli atleti. Ovviamente la reazione di Trump è stata dura e verbalmente violenta: il presidente ha prima “ordinato” il licenziamento dei dimostranti, poi invitato i tifosi a boicottare le partite, infine dato del “son of bitch” agli sportivi inginocchiati.

Qualunque siano le vedute politiche è oggettivo dire che una protesta civile è sempre degna di essere rispettata. Basket, football americano e baseball sono tre dei quattro sport più importanti degli Stati Uniti: gli atleti sono per la maggioranza afroamericani, viceversa gli spettatori. Questa protesta ha fatto il giro del mondo e, restando sul territorio nazionale, ha raggiunto un’audience composta prevalentemente dalla parte privilegiata della popolazione. Spesso si parla banalmente dello sport additandolo come il moderno oppio dei popoli, ma è in casi come questo che tutta la sua potenza simbolica emerge. Grazie a questi gesti pacifici il mondo è più consapevole di quanto sia importante la parità di diritti, che sia etnica o di genere: ovviamente la soluzione del problema è ancora lontana, ma la loro importanza è fondamentale.

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