“Io corro, ed è tutto quello che conta”.

“E quanto importi nella vita non già di essere forti ma di sentirsi forti, di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica:
soli, davanti alla pietra cieca e sorda senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa.”
Primo Levi

Che cos’è lo sport? Qual è la sua essenza? Perché scegliere di praticare sport?
Roberto Saviano, lo scrittore di Gomorra e Zero Zero, ha ideato e conduce un programma, “Imagine”, che va in onda su Radio Deejay Tv, e in una puntata ha affermato che la quintessenza dello sport è spingersi oltre i propri limiti.
La frase di Primo Levi, benché non si riferisca principalmente allo sport, sembra inquadrare alla perfezione questo concetto.
Lo sport, qualsiasi tipo e genere, è strutturato in base a questo principio.
Io so di poter arrivare ad un certo livello, per preparazione mentale e fisica, so che le mia capacità arrivano qui e con l’allenamento voglio superare questo livello, voglio giungere ad un altro e, dopo di quello, voglio arrivare ancora più in là.
Se non si è mossi da questo ideale allora si è già perso in partenza, si gareggia sconfitti.
Fra la consapevolezza delle proprie forze e la volontà di voler andare oltre di esse si mettono in mezzo una moltitudine di variabili; alcune sono favorevoli, altre lo sono meno e tutto sta nel sapersi servire di entrambi.
La storia di Martina Caironi è la storia di una ragazza che ha incontrato nella sua vita una variabile che può essere decisamente etichettata come negativa e la sua esperienza contiene un prezioso insegnamento.

Il 28 dicembre scorso è stata ospite proprio del programma di Saviano e ha raccontato la sua vicenda, di sportiva e di donna.

Nel 2007 un grave incidente automobilistico le portò via metà della gamba sinistra e, contemporaneamente, i progetti e le ambizioni che una ragazza di 18 anni può avere: inizialmente fu un incubo.
Fu un incubo perché dovette affrontare tale cambiamento radicale da adolescente, con tutte le difficoltà che quella particolare situazione comporta, a cominciare dalla vita quotidiana. Non poter più camminare come prima, non poter fare le scale allo stesso modo, non poter uscire tranquillamente con le amiche indossando dei tacchi alti, non poter più giocare a pallavolo..
Ma a 18 anni si ha davanti il mondo, con la consapevolezza che nulla sarà mai uguale a prima, Martina sceglie di non abbattersi e di andare avanti, perché in fondo è l’unica cosa che possiamo fare, andare avanti sempre e comunque.
Anche se camminando in un modo diverso.

Invitata a parlare della propria vicenda al TED a Bergamo Martina afferma che, dopo l’incidente “le cose erano cambiate, nel senso che non avevo più mezza gamba…ma in realtà avevo TUTTO, tranne mezza gamba”.
Così, Martina accetta la sua nuova realtà e riprende a vivere. Anche nel dramma, anche nell’arto amputato, trova la voglia e la forza di non mollare.
Circa due anni dopo l’incidente, Martina ritorna a vivere completamente, e ritorna a vivere nello sport.
A Budrio, nel centro specializzato dove vengono realizzate le protesi artificiali, Martina nota dei cartelloni raffiguranti atleti amputati. In quel momento nasce un’idea.
Tale idea verrà realizzata grazie soprattutto a due uomini, Alessandro Kuris (ex-campione paralimpico di salto in alto) e Mario Poletti (suo attuale allenatore).
Paradossalmente, abbandonato per forza di cose il sogno di giocare a pallavolo, è la corsa che affascina Martina: come sarebbe provare a correre con una protesi? E come sarebbe se il mio sport fosse veramente la corsa?
Ben presto queste domande e l’iniziale interesse si trasformano in una dedizione profondissima e gli allenamenti, da affiancare agli studi universitari, diventano accettabili, anzi stimolanti. Un modo per mettere costantemente alla prova il proprio fisico e la propria volontà.
Martina sfrutta la menomazione a suo vantaggio, ogni allenamento, ogni giorno, ogni volta, sposta il proprio limite un metro più avanti, un secondo oltre e le si spalancano le porte dell’agonismo.martina caironi

Dal 2008 in avanti abbatte ripetutamente il record italiano; nel 2011 vince il titolo mondiale e successivamente il record sui cento metri piani è suo; con l’oro a Londra 2012, migliora ancora il suo tempo. Il 22 luglio 2013, al Campionato del Mondo di atletica della IPC di Lione, conquista la medaglia d’oro sia nel salto in lungo (con la misura di 4.25 m), sia nei 100 metri. La consacrazione, infine, arriva nel 2015 a Doha, in Qatar, dove il 30 ottobre infrange il muro dei 15 secondi e scende, con un’impeccabile prestazione, a 14’’e 61: è lei l’indiscussa regina della corsa.
Le prossime paralimpiadi di Rio, in cui lei sarà la nostra portabandiera, possono essere la sua definitiva consacrazione.
Intanto, oltre ai record, Martina ci ha lasciato una lezione di cui far tesoro.

La sua è una lezione di vita e di sport, perché ci ha mostrato come, con un grande cuore e una ferrea determinazione si possono superare i propri limiti, che la perfezione è un’utopia e che quello che conta è la costanza e l’impegno; Martina Caironi ci ha mostrato come ci sia sempre il lato positivo, in qualsiasi cosa. Anche se spesso non è facile da individuare. Nella sofferenza della disabilità, Martina ha trovato la via per essere felice, e l’ha trovata facendo leva precisamente su quella che sarebbe dovuta essere la sua croce.
In questo bizzarro e articolato cammino che chiamiamo vita c’è solamente una sola ed unica verità, ed è che solo la morte è definitiva: non è mai troppo tardi per dedicarsi alle proprie passioni, per spendere del tempo a migliorarsi e per vivere serenamente. Anche se la vita ci priva di un pezzo del nostro corpo.
Così, Martina incarna l’uomo di Primo Levi, si è trovata nella situazione di dover contare solo su se stessa: sulla sua testa e su una gamba sola. E si è messa a correre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *