Isner – Mahut: la partita di tennis più lunga di sempre. Wimbledon 2010

Uno degli aspetti più affascinanti del tennis è che si può conoscere solo l’orario di inizio di un match. Mai quello della fine.

Si può ipoteticamente delineare una tempistica all’interno della quale la partita avrà il suo svolgimento, magari conoscendo la forza dei due tennisti in gara e la loro condizione fisica, ma resta comunque un’ipotesi, che poi deve essere supportata dai fatti. Ogni appassionato di tennis lo sa, la caratteristica di questo sport è che non è minimamente strutturato in base ad un tempo di svolgimento.

Ogni incontro è suddiviso in 3 o 5 set, ogni set è costituito da 6 game. La successione dei punti che determinano la vittoria di un game è “15”, “30”, “40” e “vittoria”. Se due giocatori, all’interno di un game, si trovano sul punteggio di 40-40, la vittoria viene assegnata al giocatore che conquista due punti consecutivamente.
Questo già significa che un game ha una durata assolutamente casuale. Così come per la realizzazione di un punto ci possono volere dai pochi secondi fino anche a molti minuti.
Lo stesso discorso poi vale per i set. Un set è vinto quando vengono vinti 6 game, in caso di 6 game pari però si deve ricorrere al tie-break per assegnare il game decisivo.
Il tie-break, introdotto negli U.S. Open nel 1970 e l’anno successivo a Wimbledon, prevede un’assegnazione di punti secondo la numerazione tradizionale (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7): si aggiudica il tie-break (e quindi il set) il giocatore che per primo ottiene 7 punti, con almeno due punti di vantaggio sull’avversario.
Tutto questo riepilogo del regolamento base è necessario per far luce sul fatto che la durata di un incontro è determinata da molteplici variabili: la forza dei contendenti, la loro preparazione fisica, la loro tenuta mentale, eventuali infortuni. Non ci sono polemiche su minuti di recupero non assegnati o perdite di tempo dell’avversario, finti infortuni per guadagnare minuti preziosi per difendere il risultato: dipende tutto dai tennisti che si sfidano.

Chissà se John Isner e Nicolas Mahut non avrebbero preferito un regolamento totalmente diverso, magari maggiormente incentrato su un tempo limite di gioco.
Già, perché i due si sono sfidati nel primo turno del torneo di Wimbledon 2010 entrando nel campo numero 18 del torneo di tennis più prestigioso del mondo il 22 giugno, alle 18:18.
Passerà al secondo turno lo statunitense Isner, al quinto set.

Due giorni dopo.

Il loro match è entrato nei record: la partita di tennis professionistico più lunga di sempre. 11 ore e 5 minuti totali. Spalmate in tre giorni (in caso di partite eccessivamente lunghe a Wimbledon i match vengono sospesi a causa di oscurità). Già di per sè, è un episodio assolutamente eccezionale, ma la più grande particolarità di questa partita non è però l’incredibile durata, ma l’assurda mancanza di “proporzionalità” nello svolgimento dei diversi set.

Ripercorriamo con calma quel match.
Il francese Mahut e lo statunitense Isner, come detto, si ritrovano divisi dalla rete, sul campo verde di Wimbledon, il 22 giugno 2010, alle 18 e 18 minuti.

I primi due set scorrono via rispettando le normali tempistiche del tennis, il primo vinto da Isner con il punteggio di 6-4 in 32 minuti e il secondo vinto dal francese con un 6-3, in 29 minuti.
Poi, la graduale salita verso il record.
Il terzo set dura 49 minuti e viene vinto al tie-break da Mahut (7-67).  Fino a qui siamo a 110 minuti giocati, tutto regolare.
Il quarto set viene disputato nell’arco di 64 minuti, vinto da Isner (7-63); vincendo il quarto set lo statunitense pareggia i set del francese: l’ultimo sarà quello decisivo.
Intanto però a Londra cala il sole e alle 21:03 il match viene sospeso per troppa oscurità.

Il set decisivo inizia il 23 giugno, il giorno dopo, sempre sul campo 18, alle 14:07.
Dura 7 ore e 3 minuti: più del doppio del tempo che i due tennisti hanno impiegato per disputare i primi 4 set. Alle 21:10 il match viene sospeso nuovamente per sopraggiunta oscurità, con un punteggio decisamente al di fuori dalle normali logiche tennistiche, 59-59.

Piccola curiosità, a partire dal punto del 47-47 il tabellone elettronico che segna i punti rimane bloccato: saranno gli stessi programmatori a spiegare, successivamente, che era stato settato al massimo con quel punteggio (come a dire “figurati se qualcuno va oltre il 47esimo punto del tie-break”.).

Sarebbe bastato quel 23 giugno ai due, e al campo di gioco, per entrare nella storia del tennis, dal momento che sospendendo la partita sul 59-59 è stato polverizzato il precedente record di match più lungo sia per game giocati che per minuti effettivi in campo, avendo già ampiamente superato le 6 ore e 33 minuti del match Fabrice Santoro – Arnaud Clément al Roland Garros nel 2004.
Teatro di questo spettacolare incontro, il campo 18 di Wimbledon ha visto il succedersi di 5 diversi team di raccattapalle mentre, con uno stoicismo e abnegazione esemplari, il giudice di sedia Mohamed Lahyani è rimasto per tutto il tempo seduto al suo posto, osservando ogni singolo punto del più incredibile tie-break di sempre.

È la sera del 23 giugno, il torneo è ancora alle sue fasi iniziali così l’attenzione di tutti è attirata da ciò che il campo 18 sta offrendo, del match dei record oramai ne parlano tutti a Wimbledon, l’incredibile epilogo del secondo giorno porta più di qualche addetto ai lavori, tra i quali John McEnroe (che seguiva la partita in qualità di commentatore), a suggerire l’ipotesi di concedere ai due tennisti l’onore di giocare la fine del quinto set sul campo centrale, il giorno successivo.
Ma la richiesta non viene accolta, si riprende il 24 giugno, alle 15:42, con il punteggio fissato sul roboante 59 a 59 del giorno prima.
Con il punto del 60-59 Isner raggiunge il suo centesimo ace nella partita, traguardo presto raggiunto dal francese sul 62-62.

16 punti dopo, Isner riesce finalmente a realizzare due punti consecutivi: gioco-partita-incontro, al quinto set, allo statunitense John Isner per 70-68, dopo un’ora e 8 minuti di gioco.
Di una partita iniziata però due giorni prima.

Qualcosa di pazzesco, indubbiamente. Il quinto set è durato, effettivamente, 491 minuti (la somma dei primi quattro set meno della metà, 174 minuti), per un totale di 183 game giocati (altro record superato, quei 112 game del match del 1969 fra Pancho Gonzales e Charlie Pasarell), 213 ace complessivi e set più lungo della storia (8 ore e 11 minuti).

Entrambi i giocatori al termine dell’incontro hanno ricevuto un riconoscimento speciale da parte dell’All England Club, il club di tennis organizzatore di Wimbledon, ed è stata posta una speciale placca commemorativa nel campo 18.
Come se non bastasse, il giorno successivo, Isner incontrò Thiemo de Bakker al secondo turno (incontro che si sarebbe dovuto disputare il giorno prima, posticipato per ovvie ragioni) e dove ottenne un altro record: la sconfitta più breve nella storia di Wimbledon. (74 minuti). Durante quella partita lo stanunitense dovette chiedere più volte l’intervento medico per dolori a collo e spalle; inoltre, Isner sarebbe dovuto scendere in campo il 24 giugno per il doppio insieme al suo partner Sam Querrey, quel doppio, oltre ad essere stato posticipato (il 24 giugno Isner gareggiava ancora per il primo turno del singolo, e il 25 giugno ha affrontato il secondo turno) non si tenne mai, Isner si ritirò per problemi ai piedi.
Mahut, da sconfitto, continuò solo nel torneo doppio, tra l’altro, la sera stessa del 24 giugno e sempre sul campo 18. Match di doppio sospeso dopo il primo set, ripreso il 26 giugno a causa di problemi di incastri con altri match, e definitivamente perso dalla coppia francese contro Colin Fleming e Ken Skupski.

Questa la cronaca, più breve e significativa possibile, del match dei record. La cosa veramente più incredibile è che solo il quinto set è durato così tanto. Ma proprio in virtù delle regole del tennis, appositamente ricordate all’inizio, il motivo di questo lungo protrarsi della partita è da ricercare nella struttura del tie-break che regola tutti i set sul 6 game pari. L’unico modo per vincere, in questa occasione, è fare due punti consecutivi. Non sono tanti, dopotutto, due punti.

Eppure fino al 70-68 nessuno dei due è riuscito a chiudere la partita, il che significa, che dal 6-6 del quinto set del 23 giugno Isner e Mahut sono andati avanti mettendo a segno un punto a testa.
Un punto a testa.
Dallo 0-0 iniziale del tie-break al 70-68 conclusivo: 138 punti. Punto dello statunitense, pareggio francese, sorpasso di Mahut e ulteriore pareggio di Isner, e così via.

Già normalmente il tennis è uno sport che si gioca quasi esclusivamente a livello mentale, ma in questa partita si è verificata la sublimazione di questo concetto.
Indubbiamente, l’incontro è stato portato avanti dalla testa dei giocatori, non dal loro fisico.
Il che sembra apparentemente paradossale, visto che Isner e Mahut erano su quel campo fisicamente a giocare, e non lo stavano facendo davanti ad una console.
Il punto è che arriva, ad un certo punto della pratica sportiva (specialmente se prolungata nel tempo), quel momento in cui si smette di ascoltare il proprio corpo e i segnali che ci manda (stanchezza, dolori, affaticamenti) e si va avanti grazie alla disciplina e alla forza della propria mente.

Sarebbe stato molto più facile, per entrambi, cedere ad un certo punto ed evitare quello sforzo che una partita di 7 ore consecutive (il 23 giugno) comporta. Eppure nessuno dei due l’ha fatto, nessuno dei due voleva perdere e quindi nessuno dei due ha smesso di crederci. Il fatto singolare è però che sono andati avanti un punto alla volta, in un anomalo meccanismo di inerzia per il quale la partita era sempre in perfetto bilanciamento.
Impensabile credere che l’abbiano fatto apposta, questo è fuori discussione, ma inconsciamente i due tennisti hanno assecondato il bizzarro corso degli eventi che li rendeva protagonisti.

Nel momento del punto del vantaggio, Isner probabilmente si rilassava credendo che “ormai era fatta”, che ne bastava solamente un altro, uno altro punto per vincere…e puntualmente Mahut non ci stava, e allora ecco che infilava il pareggio, e viceversa, in un vorticoso scambio di punti e supremazia mentale. Chi era in vantaggio abbassava la guardia convinto di aver superato il traguardo e quello dietro subito lo riprendeva, poi di nuovo, da capo. Punto, vantaggio, pareggio, punto, vantaggio e pareggio.

Un altro caso, bizzarro ma esemplare, del perché il tennis sia uno sport così affascinante e pieno di sorprese, e soprattutto, di come le sorti di una pratica sportiva siano decise dalla mente. In una condizione come la loro, in cui il tasso tecnico era abbastanza equivalente, nonostante gli scambi interminabili, ha vinto quello la cui testa, nel momento decisivo, si è dimostrata più forte e pronta.

Anche se ci sono volute 11 ore e 5 minuti per stabilire quale delle due.

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