TRELAWNY Il seme del successo cresce qui. Tra gli alberi di cacao e i banani fiorisce anche il seme della velocità. Contea di Trelawny, domicilio di Usain Bolt, Ben Johnson, Veronica Campbell Brown, nomi di quelli che bruciano i secondi in pista. La Jamaica sveglia, addormenta e culla questi campioni, spaccia sprint; da un lato la sensualità di Bob Marley dall’altro il ritmo aggressivo da traguardo rapido di Bolt, quasi un ossimoro. Ai Giochi di Pechino una semina ed un raccolto pazzesco: 11 medaglie di cui 6 d’oro. La maglia jamaicana brilla come la luna nella notte. E record frantumati: 9”69 nei 100, 19”30 nei 200, 37″10 nella staffetta.

Go, Jamaica, nella storia: Asafa Powell, Merlene Ottey, Donovan Bailey, Linford Christie, Don Quarrie, Lennox Miller, McKenley. Sono la Speed generation, da un paese piccolo e povero, che ospita due milioni e settecentomila abitanti, gli stessi di Roma, esplodono razzi a miccia lunga, capaci di frantumare la supremazia della bandiera a stelle a strisce. Lo sprint è il principale prodotto d’esportazione, all’aeroporto di Kingston si trova il poster gigante dei velocisti… mica quello del governo.

La domanda del mondo è: come fanno questi atleti tra un reggae ed una salsa a strapazzare il cronometro? Diamo uno sguardo alle scuole elementari che hanno frequentato: la divisa è obbligatoria, bagni esterni, per pranzo c’è un ghiacciolo, povertà da tropici travestita. Bisogna attraversate vallate, evitare asini e galline che finiscono sotto le macchine, le strade sono sconnesse e piene di buche. Gli allievi arrivano di corsa dai villaggi, non ci sono autobus né corriere, però dietro all’aula c’è sempre un campo e maestri che lasciano da parte l’ortografia, ma non uno sbaffo stilistico nella corsa. Non sfuggi se hai i gomiti troppo larghi o se poni male un piede. Magari non si ricordano il voto in matematica però non dimenticano che da piccola Veronica gareggiava con i ragazzi di due classi più grandi e li faceva piangere. La Jamaica sprinta da Gennaio a Dicembre, qui l’inverno non esiste, la vita è rimboccarsi il fiato. Millesettecento omicidi all’anno ti fanno capire che se non vuoi finire steso nella tua borgata, inquinata dalla droga, devi arrivare in fretta sul traguardo che ti porterà in America o in qualche altro paese ricco. Fino a poco tempo fa non c’era altra scelta: si partiva per il college e si correva per il campionato universitario. La Jamaica non si credeva capace di nutrire tecnicamente i suoi atleti. In territorio giamaicano l’attività è intensa e la rivalità luccica, ci sono staffette ogni weekend, niente videogiochi e tantomeno social network. Correre è come segnare un goal, è l’unico motivo per cui valga la pena di sognare. Howard Harris, presidente federale dell’atletica, dice che il segreto è il buon clima, un sistema educativo ereditato dal dominio coloniale e mai cancellato dall’indipendenza del 1962. Questo programma ha collaborato alla formazione di 75 nuovi allenatori e ciò ha fatto sì che l’atleta avesse diritto ad una scelta: se emigrare o restare con una struttura all’altezza. In più, ogni atleta è seguito quasi sempre da un ex sportivo, che diventa per lui come un secondo padre che lo indirizza, anche economicamente, e si prende cura di lui, dal momento che è difficile trovare sul territorio una famiglia capace di occuparsi di tutto ciò che è necessario all’atleta, dagli affari alla fisioterapia ed al cibo consigliato.

Oggi i campioni vanno ad abitare nei quartieri alti di Kingston. Davanti allo stadio c’è un murales Wall of Honour con i ritratti dei campioni dello sprint e ci sono anche le statue di Ottey e Quarrie. La Jamaica non paga premi in denaro per i successi guadagnati alle Olimpiadi, ma è riconoscente ai suoi atleti perché la aiutano ad alzare la testa nel mondo. Gli abitanti e commercianti del posto si fermano davanti ai chioschi di latta e ai distributori di benzina per salutare i loro atleti.

E nessuno si sente pezzente.

Perché chi corre e vince non è mai un’altra storia, ma la tua.

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