Jim Thorpe il più grande atleta del secolo

Lo sapevate? No, non è una provocazione. James Francis “Jim” Thorpe è stato votato qualche anno fa da un sondaggio condotto da ABC Sports come il più grande atleta del secolo, sbaragliando la concorrenza di personaggi del calibro di Babe Ruth, Jessy Owens, Muhammad Ali e Michael Jordan. Lo stesso Re di Svezia andò personalmente a complimentarsi con lui definendolo il migliore di sempre. Anche il grande generale e presidente degli Stati Uniti d’America Eisenhower lo definì tale in un celebre discorso nel 1961 (vi dirò poi il motivo).

Già ma perché? La storia di Jim affonda le radici in un periodo a noi lontano. Thorpe nasce in quello che oggi è chiamato Central Oklahoma nel 1887. E’ Nativo americano, discendente del grande capo Black Hawk (falco Nero), dal lato paterno è per metà irlandese e metà francese da quello materno, da un punto di vista genetico un sangue molto particolare. Chi lo vedrà crescere si dirà sicuro che in un altro periodo storico sarebbe diventato un grandissimo guerriero.

Mai stato bravo a scuola, ma date le sue doti fisiche e potenzialità in ambito sportivo, gli venne proposto di entrare all’università di Carlisle, in Pennsylvania, una scuola di de-indianizzazione che secondo il suo fondatore Pratt, aveva lo scopo di americanizzare gli indiani integrandoli in quella che loro ritenevano essere la loro cultura superiore. Gli viene proposto di saltare in alto (non aveva mai provato prima la tecnica in sforbiciata, ma senza sapere le basi tecniche il suo primo salto è stato 1,75!!); gli viene anche chiesto di provare a giocare a baseball e a football, ed è proprio a football che il suo allenatore Pop Warner comincia a farlo giocare e lui comincia a far parlare di sé: con l’università di Carlisle nel 1911 sbaraglia praticamente da solo Harvard, Syracuse e Pennsylvania, vincendo praticamente da solo anche la partita contro l’esercito americano 27-8 (lui segnerà 22 di quei 27 punti). In quella partita mandò fuori con un tackle proprio Eisenhower, che cinquant’anni dopo ricordò quella partita definendolo il miglior atleta del secolo, che non aveva mai bisogno di allenarsi.

La sua forza è stata la capacità che aveva di adattarsi in maniera istintiva e naturale a qualsiasi contesto sportivo. Non era un problema, gli bastava capire il regolamento, lui andava e vinceva. Nel 1912 Jim vinse a Stoccolma due ori olimpici nel pentathlon e nel decathlon. Il suo programma fu veramente intenso: gareggiò infatti anche nel salto in alto (quarto) e in lungo (settimo). Le medaglie gli furono consegnate da Re Gustavo V di Svezia e dallo Zar Nicola II di Russia, e proprio davanti al Re di Svezia, non sapendo gestire una situazione celebrativa come quella, davanti all’affermazione regale “Lei è il più grande atleta del mondo”, Jim riuscì solo a dire un sommesso ed imbarazzato “Thank you King”.

E’ proprio questo il lato debole che ha influenzato la sua carriera sportiva e la sua vita: come racconta Federico Buffa nel programma radiofonico London Calling “la vita di Thorpe era una vita piena di ingenuità, lui non conosceva la malizia dell’uomo bianco in senso stretto, aveva una visione del mondo di colloquialità e generalità che per l’epoca era già sproporzionata, immaginate come sarebbe oggi; però oggi se lui fosse un’atleta contemporaneo Tiger Woods e Jordan insieme avrebbero metà del suo fatturato dal punto di vista dei contratti pubblicitari”.

Già, ma siamo negli anni 10 del secolo scorso, e quello che successe poi al grande atleta lo segnò negativamente per il resto della sua vita: nel 1913 il giornale sportivo “Worcester Telegram” denuncia Thorpe per professionismo: aveva giocato a baseball in squadre pro. Intendiamoci, per arrotondare lo facevano tutti, ma Thorpe ingenuamente, differentemente da tutti gli altri, dava sempre il suo nome vero e non un nome falso per non farsi scoprire. Era inammissibile dato che il professionismo non era contemplato nella competizione olimpica. Così il Cio cancellò a Jim tutti i risultati e tutti gli onori. Non serviranno le scuse ufficiali, né l’ammissione di colpa.

Amareggiato dallo scandalo che lo ha rovinato, ripiegò sul baseball, carriera con cui manterrà sé e la famiglia fino al 1929. Dopo il ritiro finisce a fare il carpentiere a Los Angeles. Ad Hollywood per 1.500 dollari fecero un film su di lui.

Nel 1952 scopre di avere un tumore. I medici non riescono a fare niente: il suo cuore, minato dall’alcol, cede a un infarto il 29 marzo 1953. Jim muore nella roulotte dove vive, alla periferia di Los Angeles.

La sua storia finirà nel nulla ma non nell’oblio: le medaglie olimpiche che aveva dovuto restituire nel 1913 furono riconsegnate ai figli nel 1983 dal presidente del Cio, Juan Antonio Samarach, che ne ripristinò la memoria con una cerimonia pubblica. La sua terza moglie deciderà di inviare la sua salma ad un paese della Pennsylvania che si chiamò in suo onore proprio Thorpe, il più grande atleta del secolo.

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