Quel calcio fatto solo di calcio. Fatto solo di lavoro, passione e sacrificio sul campo e che rischia seriamente di essere minato dalla dimensione mediatica e di mera immagine che questo calcio-business supporta sempre più, ho notato da più fonti autorevoli come sia raccontato in senso nostalgico più che come un auspicio per il futuro.

Non si sta parlando del calcio romantico di una volta, quello fatto di giocatori-bandiere, di leggende e di radioline sintonizzate su “Il calcio minuto per minuto”, che proprio più di un mese fa ha visto ritirarsi la storica figura di Riccardo Cucchi che con un finale da racconto romantico (“…E questa volta posso dirlo…è davvero tutto!”) si congedava dalla sua carriera di radiocronista.

Uomini e calciatori che hanno calcato i campi verdi fino a poco tempo fa si curavano del look e delle scarpe fino ad un certo punto, perchè l’aspetto che predominava era quello della sostanza. Io stesso 10 anni fa mi capitò di venire escluso da un allenamento perchè avevo comprato un paio di scarpe bianco crema, ed essendo il calcio cosa seria questa mia scelta non venne accettata. Oggi una situazione simile sarebbe inimmaginabile.

A parlare sono infatti le dichiarazioni di due giocatori ritiratisi recentemente: Miroslav Klose ed Hernan Crespo. Il primo si è ritirato proprio per nostalgia di quel calcio, il secondo ha raccontato due anni fa all’interno di un incontro alla Cattolica di Milano di averci fatto i conti direttamente sul campo con i ragazzi del Parma Calcio.

Miroslav Klose ha raccontato: “Ho detto basta con il vero Calcio perché non mi ci riconoscevo più. Oggi i giovani pensano ad altro. Io quando ero ragazzo pensavo solo ad allenarmi per riuscire a diventare qualcuno nello sport che avevo sempre amato. A Formello ed in Nazionale dopo ogni allenamento mi immergevo in una vasca piena di ghiaccio per evitare infortuni. I giovani della squadra invece si rifiutavano sistematicamente. Quando ti vedevano che andavi a raccogliere la sacca con i palloni, ti dicevano: “Ma chi te lo fa fare?! Io sono stanco morto!!!” In quel momento pensavo: “Hai 20 anni e non riesci ad aiutare un magazziniere di 60?”. Si preoccupavano se le scarpe erano abbinate con i calzettoni. Io vedevo queste cose, e decidevo di continuare da solo. Ecco perché ho detto basta. Il calcio dove sono cresciuto io, non c’è più. Oggi ci sono altre cose. Oggi pensano prima di tutto alle macchine veloci, a quanto gli dà lo sponsor, e alle scarpe con il proprio nome sopra. Dopo tutte queste cose, viene la partita. È più importante l’immagine. Ecco perché ho detto basta, perché per me l’unica cosa che contava era il calcio nella sua forma più pura.”

Tralasciando il lungo approfondimento di Hernan Crespo durante l’incontro che ho citato precedentemente, ecco uno stralcio del racconto della sua esperienza: “L’ultimo anno in cui sono andato in ritiro con il Parma mi si è avvicinato un calciatore del settore giovanile. Speravo mi chiedesse qualche consiglio, mi ha chiesto, invece, dove avevo comprato l’orologio che portavo al polso. Ci sono rimasto male. Quelli della mia generazione volevano fare i calciatori. Ora invece pensano solo alle belle macchine, alle donne, agli orologi. Quando invece un ragazzo mi chiese consiglio se rimanere a Parma o andare a giocare in una società a Sud, in realtà aveva già deciso di rimanere perché l’altra destinazione era troppo lontana dalla famiglia. Da parte mia io avrei fatto di tutto per giocare, anche trasferirmi”.

Se si affronta questa questione culturale e sportiva come un dato di fatto, non si farà mai nulla per rovesciarla. Rovesciarla si può, ma richiede tempo e passione dagli unici che possono farlo: gli educatori dei ragazzi.

Figure come queste, che promuovono il calcio come veicolo di crescita personale e autentica ce ne sono e tante. Due sono gli esempi che più mi hanno colpito, e riguardano la crescita dei giovani calciatori dentro (l’esempio è di Massimiliano Allegri) e fuori dal campo (Carletto Mazzone).

La citazione di Allegri potrebbe sembrare prettamente tattica, in realtà promuove la capacità e la creatività di espressione dei ragazzi, senza la quale questi non matureranno mai un personale senso critico e di scelta, ma soprattutto perderanno presto la passione per il calcio, abbandonandolo. L’allenatore della Juventus si riferisce in questo caso alla questione marcatura a uomo vs. marcatura a zona: “Sì, è troppo importante. E dovrebbe essere così anche per i giovani: non è pensabile che si insegni la zona, ma non si lavori su come marcare l’avversario. Pensate al paradosso: la linea si muove alla perfezione, ma ti scappa l’uomo che rimane solo davanti al portiere. Per noi il riferimento, quando siamo in area, non è la palla ma l’uomo. Ci vuole attenzione alla posizione della palla, ma è l’uomo il riferimento da non perdere. Se la palla è larga, il difensore ha il compito di stringere verso il centro e lasciare l’uomo alle sue spalle e se c’è un cross abbiamo tutto il tempo per leggere la traiettoria per anticipare l’avversario. Personalmente vieterei la zona fino alla categoria Allievi, prima farei giocare uomo contro uomo. I giovani devono divertirsi, giocare liberi ed esprimere le loro qualità. Ci devono essere delle linee guida, ma il talento si esprime meglio senza troppi vincoli. E poi, i ragazzi arrivano al campo dopo una mattina in classe: matematica, italiano, storia e latino, estimo o ragioneria, se ci mettiamo anche noi ad assillarsi con le nozioni, in molti quando scoprono di non poter diventare giocatori di Serie A smettono.»

Sono gli educatori quelli che fanno e faranno la differenza in un calcio che rischia superficialità e pressapochismo, e per questo riporto il post di Francesco Totti e Roberto Baggio in occasione del compleanno di mister Mazzone, un uomo che soprattutto nel caso del capitano della Roma ha fatto la differenza:

«Caro mister, domani raggiungi un traguardo importante e volevo dirti quale enorme privilegio sia stato vivere insieme a te, a Brescia, tre anni della mia carriera. Ti sarò sempre grato e riconoscente, rimpiango solo di averti incontrato troppo tardi. Il legame tra di noi, però, è stato subito speciale. Ho apprezzato il Mazzone professionista e ho amato l’uomo Carlo; sei dotato di una sensibilità senza pari, da fuoriclasse. Vedo con piacere che l’Italia intera ti sta celebrando, ti meriti questo affetto perché sei un mito vero e autentico. Io ti lascio ai festeggiamenti in famiglia, so che stai bene e verrò presto a trovarti e abbracciarti. Tanti auguri Carletto, sei grande». Roberto Baggio

“Mister, ci siamo conosciuti che avevo 16 anni, ero un ragazzino! Mi hai fatto crescere come uomo e come calciatore. Mi hai difeso, mi hai spronato e mi hai fatto tenere la testa sulle spalle ad un’età difficile. Chissà come sarebbero andate la mia carriera e la mia vita se non ci fossi stato tu… Ma ci sei stato e io mi sento fortunato, onorato ed orgoglioso di aver conosciuto una persona splendida come te che non smetterò mai di ringraziare! Ci vorrebbero tanti Carletto Mazzone anche nel calcio di oggi! Auguri per i tuoi “primi” 80 anni!” Francesco Totti

Lo ripeto. Sono gli educatori che aprono e apriranno il calcio ai nostri ragazzi come una esperienza di crescita e di vita. Forse oggi è più complicato di qualche tempo fa, forse le forze messe in campo oggi non bastano, ma non importa. E’ una missione che vale la pena affrontare.

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