Oggi vogliamo parlare dei “figli di…”, di tutti quei bambini che nascono da campioni. C’è un video che gira su Facebook di un intervista fatta a Plushenko il quale parla del proprio figlio di 4 anni che pattina (tra le altre cose ha anche un profilo Instagram gestito dai genitori). Racconta che a suo figlio piace molto pattinare e si allena tutti i giorni. Il video si conclude con una frase del tipo: la dinastia Plushenko continua augurandosi che Alex, il bambino, riesca a fare quello che ha fatto suo padre, se non superarlo.

Ora stiamo parlando di un bambino di 4 anni che appunto è un bambino, ha il diritto di essere un bambino e di provare tutto quello che piace a lui, anche fallendo. 

Per i “figli di…” oltre a crescere con la devozione verso il genitore campione potrebbe capitare di sentirsi in dovere di replicare quanto raggiunto dai genitori, e spesso ciò è causa del contesto. 

Ad esempio nel video non è Plushenko che afferma che suo figlio diventerà un grande campione del pattinaggio ma è un messaggio che passa chi ha fatto il video. 

Non è più importante che questo bambino cresca felice e sereno e da grande diventerà quello che vorrà lui, nonostante le ovvie influenze dei genitori?

E’ normale che ogni genitore passa ai propri figli dei valori e delle passioni che sono importanti per loro ed è ovvio che tutti i genitori vorrebbero che i propri figli crescano bene e si affermino in qualche ambito della vita. C’è chi è più attento alla musica, chi più allo studio, ma comunque l’influenza del genitore è presente. E ogni genitore spera il meglio per il proprio figlio non riuscendo ad essere totalmente oggettivo in quanto giustamente troppo coinvolto emotivamente.

Quello che le altre persone possono fare è sforzarsi di non alimentare questa idea della dinastia che continua, ma accettare i bambini per quello che sono. Perchè etichettarli come “i figli di…?” ognuno ha un nome e delle caratteristiche individuali ed è loro diritto avere la libertà di diventare quello che vogliono. 

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