La mitizzazione del Campione

Una recente dichiarazione di Buffon, intervenuto all’evento 5×15, ha messo l’accento sulla questione della mitizzazione dell’atleta. Perché uno sportivo deve essere per forza elevato su un piedistallo? E’ tutta colpa dei giornali e media?

“Sinceramente non mi piace quando c’è la “beatificazione” di uno sportivo. Io detesto come ci descrivono, in maniera unica. Ultimamente di me si sta parlando molto, e anche bene, con qualsiasi tipo di iperbole. Ma finché si parla di sport va bene, perché quelli sono fatti e sono sotto gli occhi di tutti. Ma non capisco perché si debba andare per forza oltre, che dietro un grande sportivo debba esserci un grande uomo. Io non mi sento un grande uomo, io sono uno come tanti. Ho sicuramente qualche virtù, ma non capisco questa esigenza smodata di innalzare il mito sportivo con quello dell’uomo.”

Per comprendere meglio le radici di questa idolatria, si deve tornare indietro nel tempo fino al teatro greco, e non è un caso considerando che la nostra società si fonda proprio sul mondo ellenico: i Greci consideravano il teatro non come una semplice occasione di divertimento e di evasione dalla quotidianità, ma piuttosto come un luogo dove la Polis si riuniva per celebrare le antiche storie del mito e le celebri gesta che lo spettatore greco conosceva e in cui la società poneva i propri modelli comportamentali a cui tutti dovevano ispirarsi.

Così come il teatro crea figure a cui ispirarsi, così avviene anche durante le partite. Infatti i giocatori vengono idolatrati e su di essi vengono costruite figure eroiche e semi-divine. Il giocatore così diventa un modello da cui prendere spunto e da imitare, diventa estremamente influente e determinante nei comportamenti. Il popolo si unisce nella loro venerazione e sulle loro gesta vengono create leggende, fomentando e accrescendo quello che è chiamato processo patriottico e mitologico, che portano i giocatori e la squadra a diventare simbolo di una città.

Una conseguenza di questo processo è il fenomeno di catarsi, o liberazione, e di mimesi, o immedesimazione: durante la partita il tifoso, ma anche il giocatore, può sfogare ed esorcizzarsi dalle sue passioni, in modo innocente e innocuo;  si sente partecipe della partita, l’ambiente e l’atmosfera che si vengono a creare tendono a immergere lo spettatore nel bel mezzo dell’azione; il tifoso infatti non è un essere passivo, ma attivo, che prova forti emozioni vivendo il momento in prima persona (solitamente ci capita di dire “ieri abbiamo vinto” o “ieri abbiamo perso”). Allo stesso modo della tragedia, il cardine dell’evento è il conflitto, ovvero la partita stessa, generando pathos e competitività.

Generalmente, gli atleti del NBA sembrano essere i più consapevoli di queste dinamiche: vivono il personaggio dentro e fuori dal campo, sono opinion leader, stanno nel personaggio e si pongono come modelli. In un paese nato troppo tardi, come scrive lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, gli americani suppliscono dell’assenza di un’epica con l’epica contemporanea, e gli atleti sono i modelli contemporanei paragonabili ai semi-dei greci. In Europa calciatori come Cristiano Ronaldo, Messi e Ibrahimovic ricoprono questo personaggio.

Detto questo, sembra risultare fisiologico ed insito in noi il modo con cui il tifoso eleva a modello l’atleta e l’atleta si pone a modello. I media ed i giornali possono esagerare, succede, ma il modo con cui approccia l’atleta deriva proprio da questa concezione. Il rischio, come le dichiarazioni del portiere della Juventus suggerisce, è che il tifoso tenda in tutto e per tutto a seguire il suo mito, tralasciando l’idea che gli atleti sono umani, quindi imperfetti, e il contesto in cui esprimono eccellenza è il loro sport, non è detto sia anche il lato personale. E’ innanzitutto attraverso la sua performance sportiva che l’atleta esprime valori e ispirazione, come afferma, infatti, Fausto Cercignani “L’emulazione può essere positiva, se riesci a evitare l’imitazione”.

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