La motivazione al raggiungimento degli obiettivi. Quanto è importante ciò che si vuole?

AgassiL’articolo di questa settimana prende spunto da alcune chiacchiere avute in studio durante i colloqui e da un libro che da poco abbiamo finito di leggere: OPEN, di Andre Agassi. L’autobiografia dell’atleta tocca moltissimi punti degni di discussione e riteniamo possa essere considerata alla stregua di un manuale di psicologia dello sport! Ciò su cui ci vogliamo soffermare oggi è la definizione degli obiettivi e, soprattutto, la loro origine.

È ormai consuetudine, ogni volta che si imposta un lavoro di goal setting (individuazione degli obiettivi, dei tempi e

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delle modalità per raggiungerli), partire dalla definizione di obiettivi SMART (Specific, Measurable, Attainable, Relevant, Time-bound), in modo tale che gli errori più comuni che siamo soliti commettere nella vita di tutti i giorni vengano smascherati e superati. Ma non è quello su cui ci vogliamo concentrare oggi! Prima ancora di definire la tipologia di obiettivo, è fondamentale un ragionamento sulla sua origine, sulla motivazione che sta alla base. Chi vuole ottenere questo risultato? Chi è motivato a raggiungerlo? Da dove nasce l’idea di ottenere quella determinata cosa? Come dicevamo, l’autobiografia di Andre Agassi può venirci in aiuto. L’atleta nella sua carriera (a lungo numero uno del tennis mondiale, ha vinto otto tornei del Grande Slam e un Golden Slam, cioè i quattro tornei del Grande Slam più l’oro olimpico) ha alternato momenti di risultati eclatanti a momenti di sconfitte brucianti, anche contro ragazzini nettamente inferiori a lui sul piano tecnico, tattico e atletico. Come mai? Dal suo racconto il motivo emerge chiaramente: l’origine della motivazione. Ogni volta che Agassi doveva vincere perché era arrivato in finale, oppure perché i tennisti giocano per vincere, o ancora perché suo padre o il suo allenatore volevano che vincesse, lui difficilmente raggiungeva l’obiettivo. Al contrario, ogni volta che LUI voleva vincere, per una promessa, per dimostrare l’amore alla propria moglie, per un proprio desiderio (come, ad esempio, vincere i quattro Open), per suo figlio, ecco che improvvisamente diventava quasi imbattile. L’esempio più netto accade nel 1995. Agassi viene a conoscenza di alcune dichiarazioni infelici di Becker sul suo conto, e decide di volersi vendicare (lo decide lui, lo vuole lui, la motivazione parte da se stesso). Il tennista vince in quell’anno 63 incontri (44 su 46 sul cemento) con il solo obiettivo di arrivare a Becker. Lo incontra in semifinale agli US Open e lo batte. Ha raggiunto il suo obiettivo, ha fatto qualcosa di unico, è diventato quasi invincibile perché voleva veramente una cosa e questo desiderio nasceva solo e unicamente da lui. Batte Becker quindi, e si ritrova in finale. In finale si deve vincere perché si è arrivati fin là, come si può non volerlo? Eppure la sua motivazione era un’altra, era battere Becker e nient’altro, una volta ottenuto ciò che voleva, la vittoria degli US Open non è altro che un obiettivo posto dall’esterno, da altri, dalla cultura, e così perde. Il tennista imbattibile perde, come molte altre volte nella sua carriera, perché gli obiettivi prefissati non partivano da lui, ma da qualcun altro.

Uno dei tanti insegnamenti che la vita di Agassi può darci è proprio questo: non possiamo pretendere che qualcuno si impegni, compia sacrifici e metta tutto se stesso per raggiungere un obiettivo che non si è posto lui. Finché una persona non troverà dentro se stesso la motivazione al cambiamento, non potrà mai cambiare veramente e definitivamente.

Nello sport come nella vita, finché non sarò io stesso a voler ottenere qualcosa, difficilmente mi impegnerò per ottenerla e, ancor più difficilmente, la otterrò.

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