Sbagliare e commettere errori fa parte del normale processo di apprendimento del percorso sportivo di un atleta,  anche di alto livello.

Anzi l’errore è un concetto chiave, che dovrebbe essere insegnato fin dal primo giorno a chi comincia uno sport.

Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Trentasei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto. Michael Jordan

Durante una gara infatti l’errore rappresenta una difficoltà che l’atleta deve saper fronteggiare, controllando le sue reazioni emotive e pianificando rapidamente una strategia di reazione, per evitare di “perdere la testa” e scatenare una cascata di errori.  L’abilità degli atleti nel reagire determina la differenza fra coloro che forniscono prestazioni ottimali e gli altri.

Chi è in grado di accettare l’errore, chi è consapevole delle proprie emozioni e chi impara a rifocalizzarsi sull’obiettivo e la prestazione successiva è in grado anche di distanziare gli avversari. Ascoltarsi, non identificarsi con l’errore, assumersi la responsabilità senza cercare alibi, pianificare e agire.

Quello che serve all’atleta è tenacia, determinazione, resilienza. Imparare ad allenarsi e competere anche dopo un errore, nonostante la stanchezza, anche quando lo stress è altissimo perché è importante fare bene. Ma come e quanto spesso vengono allenate queste abilità?

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