La solitudine dei numeri 10. Il lento declino del campionato più bello del mondo

Secondo i pitagorici, una delle scuole filosofiche più influenti della storia della filosofia occidentale, la natura e l’universo stesso erano organizzati sulla base di sequenze numeriche.
Secondo la loro singolare visione del mondo, il numero più importante, quello veramente centrale era il numero 10.
Il 10 dei pitagorici è la tetraktys, ovvero la successione aritmetica dei primi quattro numeri naturali, e incarnava il concetto di perfezione: il 10 era l’origine e la fine di tutte le cose, il cerchio che si chiude.

Nel mondo passionale e simbolico del calcio, il 10 rivesta la stessa importanza che tale numero aveva per i pitagorici.
È un numero potente, nel calcio, il 10 è qualcosa di sacro, circondato com’è da un alone di magia mista a un timore quasi reverenziale.
Il fascino del numero 10 ha un’origine storica, perchè quando i numeri sulle maglie dei giocatori titolari dovevano andare dall’1 all’11, il 10 apparteneva “tatticamente” al centrocampista offensivo, quello che aveva il compito di condurre il gioco ed essere la congiunzione fra centrocampo e attacco; va da sé che il 10 non poteva essere un giocatore qualsiasi: era del giocatore più talentuoso della squadra, quello dal quale era lecito aspettarsi la giocata decisiva, in altri termini, il 10 identificava la stella della squadra.
Da Pelè, passando per Zico, Maradona, Baggio fino a Messi, la storia del calcio ha visto nei numeri 10 i suoi più grandi interpreti. (Con la bizzarra e poetica eccezione di Johan Cruijff, da sempre e per tutta la vita con il numero 14).
Verso la fine degli anni 90 le regole cambiarono, e ogni giocatore potè scegliere il proprio numero, magari quello con un particolare significato (come la fine della propria data di nascita).
Si videro i primi fantasiosi numeri, dal 99 di cassaniana memoria al geniale 44 di Gatti (Fabio, ex centrocampista di Perugia e Napoli).
Ma qualcosa della vecchia simbologia rimase, il portiere aveva l’1, l’attaccante era il 9 così come i terzini erano solitamente il 2 e il 3 e, soprattutto, il fuoriclasse aveva il 10.

10 e genialità calcistica sono tutt’oggi un binomio indistruttibile, legato a memorie di prodezze passate e nostalgiche giocate.
Il 10 resta identificato, sempre e comunque, con il top player, quello più forte, quel giocatore capace di risollevare le sorti di brutte partite e persino di intere annate. Speranze e sogni sono legati al 10 da quando Pelè lo indossò al Santos e con la Nazionale.
Qualcosa di quell’antica magia si sta però, lentamente, spegnendo, e soprattutto in riferimento al campionato nostrano.

Nell’ultimo ventennio del XX secolo la nostra Serie A era la vetrina del calcio mondiale.
Facciamo alcuni esempi.
1983, un certo Arthur Antunes Coimbra, più comunemente noto come Zico, firma per l’Udinese. L’anno prima la Juventus si era assicurata la prestazioni di un 27enne francese del Saint-Etienne, le Roix, Michelle Platini.
A metà degli anni 80 i due più forti giocatori di Brasile e Francia giocavano nello stesso campionato.
Nel 1984 si aggiunse anche un altro giocatore, il numero 10 per antonomasia, l’essenza più pura del calcio: il presidente del Napoli Ferlaino regalò ai propri tifosi un sogno, Diego Armando Maradona.

Giusto per dirne tre.

Non fu un caso isolato, accanto al Napoli del Pibe e alla sempre presente Juventus stava iniziando uno dei cicli più vincenti di sempre, quello del Milan olandese (Van Basten, Gullit e Raijkaard) di Sacchi e poi di Capello.
Le cose non cambiarono nemmeno nel decennio successivo, Zico, Maradona e Platini lasciarono il Bel Paese andando incontro al declino della loro carriera e si affacciarono nel panorama italiano nuovi nomi.
La storia della Serie A a cavallo fra i due secoli è la storia di altri numeri 10, dallo storico scudetto della Sampdoria di Vialli e Mancini (numero 10) al periodo delle cosiddette “sette sorelle”: Milan, Inter, Lazio, Juventus, Parma, Fiorentina e Roma.
Il campionato italiano era un campionato a sette squadre e ognuna di queste aveva i propri fenomeni da esibire ogni domenica, nella Serie A di quegli anni giocavano contemporaneamente, citandone solo alcuni Baggio e Del Piero, Zidane, Totti, Voller e Zola, Ronaldo (il fenomeno), Savicevic.

Gli occhi del mondo del calcio erano sull’Italia e noi ricambiavamo l’attenzione offrendo un campionato affascinante e competitivo.

Le cose sono molto cambiate da allora.

Della Seria A targata anni 80-90 restano i nomi, ma la realtà delle cose è che le nostre squadre non sono più competitive in Europa dall’irripetibile Inter di Mourinho, con la sola eccezione della Juventus. Ma una squadra è troppo poco.
I top player, i vecchi numeri 10, non solcano più i nostri prati.
Come spiegare questo fenomeno e, soprattutto, quali sono le sue dimensioni? Se è vero che il nostro campionato si è impoverito rispetto agli altri, fino a che punto abbiamo perso di attrattiva?
Un’efficiente cartina di tornasole può essere una riflessioni sulle rose che compongono le Nazionali.
Le prime 5 del ranking FIFA sono, Argentina, Germania, Brasile, Belgio e Colombia; se ad esse aggiungiamo la sorprendente Costa Rica, la Francia (7°) e l’Olanda (20°) otteniamo le squadre degli ottavi di finale degli ultimi Mondiali, solamente due anni fa: sono dati più che mai veritieri.

8 squadre constano di 23 convocati ciascuna, per un totale complessivo di 184 giocatori.
Di questi 184 partiti per la Coppa del Mondo solo 19 (ed in particolare, 7 per l’ Argentina, 1 Belgio, 3 Brasile, 1 Francia, 1 Germania, 5 Colombia e 1 Olanda) giocatori giocavano nel campionato italiano. In più, di questi 19, con l’eccezione di Higuain, Cuadrado e Pogba, nessuno era titolare fisso della propria nazionale. Convocati sì, ma solo seconde scelte. (Basti pensare che nella finale di Italia 90, i capitani di Germania e Argentina erano Maradona e Matthaus, ovvero, i numeri 10 di, rispettivamente, Napoli e Inter).
Sono questi numeri e dati che meritano attenzione.

La prima considerazione da fare è che, ormai, l’economia calcistica italiana non è più in grado di concorrere con le potenze spagnole, inglesi e tedesche. Questo è un dato di fatto, la Serie A è diventato un campionato decisamente più povero.
Questo primo punto apre già ad un’infinità di ulteriori spunti. Perché in Italia non si spende più? Cosa devono fare le società per trovare più soldi? Si può trovare un modo per concorrere concretamente con le potenze straniere?
Rimasta sola, è la Juve l’unico esempio positivo (perlomeno, dal 2006 in poi, non si può dimenticare Calciopoli) di che cosa voglia dire fare calcio in Italia.
Osservatori capaci, investimenti riusciti e un progetto solido alle spalle, il tutto sapientemente integrato da uno stadio di proprietà che garantisce entrate fisse e denaro spendibile in sede di mercato.
Un settore giovanile discreto (la Juve non sta facendo esordire giovani promettenti da anni) che è però compensato da una strutturata pianificazione societaria che ha garantito alla Vecchia Signora 5 scudetti consecutivi, una finale di Champions e soprattutto una certa credibilità all’estero.
Le altre sembrano stare a guardare.

Se i numeri 10, se i campioni non possono più essere acquistati pagando fior fior di euro allora è necessario impostare strategie diverse.
L’Italia delle sette sorelle e di Maradona era ricca, e una società come l’Udinese poteva presentarsi dal Flamengo a comprare Zico. Oggi in Italia si lavora con prestiti e piccole somme, ma se le casse non sono solide allora è necessario compiere sforzi per compensare la mancanza della forza d’acquisto.
Una menzione a parte meriterebbero Milan e Inter che stanno scegliendo la via più facile cercando liquidità e solidità da investimenti stranieri; ma si tratta di persone che non conoscono il calcio, non lo comprendono e forse nemmeno ne hanno intenzione. La recentissima e amara vicenda di De Boer (14 partite ufficiali in nerazzurro) insegna che senza un minimo di progetto a lungo termine non si può andare da nessuna parte.
La via deve essere un’altra.
In Serie A non si naviga a vista, e se i soldi dei vari Ferlaino, Berlusconi, Moratti, Cragnotti non ci sono più allora è fondamentale che si riparta dal basso: giovani, pazienza e impegno.
E’ l’unico modo per evitare di perdere ulteriore terreno e di abbassare ancora il livello del nostro campionato.
La Juve, in Italia, ha mostrato la via. Che le altre ex sorelle la seguano.

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