La (spinosa) questione dell’hijab nel mondo dello sport

Sport o religione? Diversi atleti hanno dovuto affrontare questa scelta dolorosa. Ultime tra loro le giocatrici della nazionale femminile di pallacanestro del Qatar, le quali il 25 Settembre scorso hanno inaspettatamente annunciato il loro ritiro dai Giochi Asiatici di Incheon, Sud Corea.

La decisione e’ stata presa in seguito ad un incidente a carattere religioso verificatosi il giorno precedente poco prima del loro debutto.

Le cestiste qatariote si erano infatti rifiutate di scendere in campo contro la selezione della Mongolia poiché la federazione internazionale non aveva accolto la loro richiesta di utilizzare l’hijab, il tradizionale velo.

La presidente della Commissione dello Sport Femminile del Qatar, ha denunciato apertamente l’episodio, dicendo: “Quello che è accaduto va contro il Comitato olimpico internazionale che mira a coinvolgere Paesi di diverse culture e va anche contro lo slogan dei Giochi Asiatici ‘Qui splende la diversità”’

L’articolo 4.2.2 del regolamento della FIBA vieta espressamente agli atleti di indossare “copricapi, accessori per capelli e gioielli” durante le competizioni.

Dal punto di vista strettamente regolamentare, la decisione è stata quindi ineccepibile, ma ci si domanda se in certe situazioni non sia possibile chiudere un occhio per il bene dello sport.

L’utilizzo dell’ hijab nel mondo dello sport è diventato un argomento spinoso negli ultimi anni. E i casi controversi non sono mancati.

Nel 2011 alla nazionale iraniana di calcio fu inflitta una sconfitta a tavolino di fronte al rifiuto da parte di alcune sue giocatrici di scendere in campo senza velo. L’episodio scatenò tali polemiche che la FIFA si senti subito in dovere di dare il via libera alla sperimentazione di un particolare hijab sportivo fatto di velcro aderente.

Un’ altro caso simile si verificò alle Olimpiadi Londra, dove la judoka Wojdan Shaherkani, prima olimpionica saudita nella storia dei Giochi, rischio’ di essere estromessa dalla competizione.

L’ Arabia Saudita, paese caratterizzato da un forte spirito conservatore, aveva infatti posto l’utilizzo del velo come condizione inderogabile.

La federazione internazionale si era inizialmente opposta in modo netto all’imposizione, ma, alla fine, si riuscì a trovare un compromesso. Wojdan scese sul tatami con un’ hijab speciale che le copriva i capelli senza però comportare alcun problema di sicurezza.

Dopo anni di inflessibilità, insomma, le federazioni sportive internazionali stanno mostrando segnali di apertura. Anche la FIBA, di fronte all’imbarazzo del recente episodio, ha annunciato un repentino cambio di regole. Peccato che ormai sia troppo tardi per le ragazze del Qatar.

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