5 sud-sudanesi, un etiope, due congolesi e due siriani: potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta con personaggi un po’ più esotici del solito, invece sono i protagonisti di una fra le storie di sport più interessanti uscite dalle scorse Olimpiadi di Rio 2016. 6 corridori fra atletica leggera e maratona, due lottatori di judo e due nuotatori di quattro nazioni diverse, afflitte da tragedie umanitarie, hanno gareggiato sotto la stessa bandiera, bianca con i cinque cerchi. È la “squadra dei rifugiati”, selezionati per capacità atletiche e personali fra i 60 milioni di richiedenti asilo presenti sulla faccia della terra all’epoca delle scorse Olimpiadi: una “popolazione” quantitativamente paragonabile a quella italiana, composta però solo da persone che sono dovute scappare dalla propria patria per puri motivi di sopravvivenza.

Una delle caratteristiche principali delle Olimpiadi è proprio questa: regalare vicende che vanno oltre al semplice ambito sportivo e diventano vere e proprie fonti di ispirazione e spunti di riflessione. Ognuno dei dieci atleti ha una storia particolare e sicuramente ci saranno stati numerosissimi altri atleti meritevoli di partecipare, ma il vero simbolo di questa squadra è stato la nuotatrice siriana Yusra Mardini, appena diciottenne e fra i primi tre atleti ad essere entrati nel programma. La sua fuga disperata da Damasco l’ha vista giungere in Turchia attraverso il Libano. Dal porto di Smirne si è imbarcata su una delle numerosissime e ormai tristemente famose carrette del mare per raggiungere la Grecia, ma come spesso accade durante la traversata un guasto ha messo fuori uso il motore. A quel punto lei, la sorella e un’altra ragazza si sono tuffate in acqua e hanno spinto a nuoto l’imbarcazione fino alle rive dell’Isola di Lesbo, uno sforzo sovrumano lungo tre ore e mezza. Yusra ha poi iniziato una seconda Odissea, un po’ a piedi un po’ su rotaie, attraverso la famigerata “rotta balcanica”, circondata da numerosissime insidie sia criminali che politiche. Giunta in Germania ha ottenuto lo status di rifugiata e ha potuto riprendere ad allenarsi. Gli atleti di punta preparano l’appuntamento olimpico con un programma lungo quattro anni, seguiti dai migliori tecnici dei rispettivi settori. Gli atleti rifugiati, al contrario, nello stesso periodo di tempo hanno dovuto lottare per la vita contro guerre, carestie e burocrazia e solo con l’avvicinarsi dell’Olimpiade sono riusciti a tornare ad allenarsi. Attendersi dei successi sportivi degni di nota sarebbe stato folle ed infatti il risultato migliore è stato il 90° posto nella maratona dell’atleta etiope Yonas Kinde.

“L’obiettivo dello Spirito Olimpico è quello di mettere lo sport al servizio dello sviluppo armonioso dell’umanità, con un occhio di riguardo per la promozione di una società globale pacifica che preservi la dignità umana”. Il 3 giugno 2016 annunciando la prima storica partecipazione della “Squadra di Rifugiati” a un’Olimpiade, il Comitato Olimpico Internazionale ha seguito alla lettera questo articolo dei “principles of Olympism”. Questo importante risultato è stato raggiunto grazie alla strettissima collaborazione fra il C.O.I. e l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Seguendo le tristi vicende planetarie viene naturale pensare che quella di Rio non sia stata l’unica esperienza della “Squadra dei Rifugiati“. A tal proposito gli obiettivi delle alte sfere politico-sportive devono essere quelli di allargare il numero dei partecipanti alla spedizione e fornirgli strutture e tecnici di primo livello. Così molto probabilmente si riuscirà a coronare di bronzo, argento e, perché no, oro, delle storie di vita senza prezzo.

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